GLI SBANDATI - Cinema, tv e spettacolo

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Recensioni, novità e classifiche dal mondo del piccolo e grande schermo. Un angolo dedicato a tutto ciò che riguarda cinema e video, trattato in modo poco convenzionale.
A cura di Steiner e Creutz, due giovani laureati di bell'aspetto.

E’ bellissimo constatare come anche in piena estate i geni che popolano gli uffici marketing delle case di distribuzione italiane ci regalino indimenticabili perle da portare con noi per sempre. Ecco che l’esordio di Dan Beers, Premature,sbarca nelle nostre sale con l’emblematico titolo di “Io vengo ogni giorno”. Si, vengo sta a significare proprio quello. Shish! Titolo scellerato per una commedia fresca e divertente che con gli squallidi surrogati di American Pie ha poco a che fare, se non fosse per i giovani protagonisti, il tema del sesso messo in primo piano e una colorata ambientazione high school.

(got it? got it)

Rob è il teen medio americano che becca le botte a scuola dai bulli: faccia pulita, cuore d’oro, bei voti e, ovviamente, vergine. Il giorno del colloquio per l’ammissione a Georgetown la sfiga lo perseguita, se si esclude che riesce a strappare un appuntamento ad Angela, la figa bionda (nonchè notoriamente di facili costumi) della scuola. La troppa tensione giocherà un brutto scherzo a Rob che, come da titolo originale, appena viene sfiorato dalla tipa si viene catastroficamente nei pantaloni. E qui inizia tutto un altro film. Già, perchè quello che fino a questo punto è stata una banale e standard commedia ammeregana per giovani idioti ha un piccolo colpo di genio che terrà in piedi il film per tutta la sua durata: appena Rob raggiunge l’orgasmo torna immediatamente all’inizio della giornata, rivivendola come in un infinito loop. E così, passato il disorientamento iniziale, Rob inizierà a giocare e a sfruttare il reset che l’orgasmo da alla sua giornata per raddrizzare le cose che non vanno nella sua vita e per capire qualcosa di più su sè stesso. 

(hooray for boobies)

Faccio outing e ammetto che ho apprezzato questo film. Perchè? Non lo so, forse perchè il clima instabile di quest’estate mi ha totalmente rincoglionito o forse perchè c’è davvero qualcosa di divertente e riuscito in Premature. Basta prendere la buona e furba sceneggiatura, che rubacchiando l’idea a Groundhog Day (tanto i teen americani sanno un cazzo di chi è Harold Ramis) riesce a mantenere alto il ritmo, grazie anche a una serie di personaggi ben costruiti e a una serie di gag riuscite. E poi c’è da fare un applauso di fondo a Beers, perchè a chi sarebbe mai venuto in mente di fare un film su un ragazzo che può tornare indietro nel tempo masturbandosi? Ecco, a nessuno. E quindi non puoi che alzarti in piedi quando vedi il protagonista che mentre è inseguito da dei bulli che vogliono menarlo si apparta in un angolo e inizia a toccarsi. Ciò che è riuscito bene a Beers è il mix tra demenziale e temi tipici della commedia giovanile, con un protagonista che lentamente prende conoscenza di ciò che è davvero importante nella vita e bla bla bla. Stupido, leggero, furbo e fresh: Premature si porta a casa un’insperata sufficienza e decreta il suicidio dei miei ultimi neuroni funzionanti. In ogni caso potrete sempre usare il sottoscritto come capro espiatorio per giustificarvi di fronte ai vostri amici. 

VOTO: 6             (Steiner)

Terry Gilliam ci prova ancora. Dopo i noti progetti naufragati su Don Chisciotte e una serie di film che, negli anni zero, ne hanno accertato il declino, il vecchio disegnatore dei Monty Python ci prova ancora, girando un film Gilliamissimo, sia nei contenuti che nella forma, che si ricollega apertamente alla sua opera più riuscita e rappresentativa, ossia Brazil. Operazione rischiosa: in primis perché, essendo quello uno dei capolavori del cinema anni ’80, il confronto, chiamato in causa con forza, rischia di essere impietoso, soprattutto se si è in fase stagnante ( e Gilliam lo è); in secundis, cosa mai ci sarà da aggiungere, tematicamente parlando, a un film che è rimasto nella storia proprio perché intuì con 30 anni di anticipo la direzione orwelliana che il mondo stava prendendo? Il rischio di ripetersi era grosso. Presentato in concorso a Venezia l’anno scorso e uscito in Inghilterra a marzo, infatti, The Zero Theorem ha lasciato abbastanza indifferenti critica e opinionisti, che si sono limitati ad ignorarlo. In Italia, invece, lo vedremo nel 2015 con distribuzione Moviemax. Ma vediamo cosa ha combinato il vecchio Terry.

 

Come in Brazil, l’umanità vive in un futuro distopico, dove lo stato è stato soppiantato da una mega azienda chiamata Mancom, che controlla gli individui con telecamere e social network e continua a bombardarli di spot pubblicitari-propagandistici. Qohen Leth ( Waltz), programmatore decisamente alienato, schizzato e abbruttito, viene contattato dal boss dei boss della Mancom ( un Matt Damon platinato) per fare delle ricerche sul Teorema Zero, un algoritmo che dovrebbe spiegare il (non) senso della vita. Per facilitargli il lavoro, la aziendona procurerà a Qohen anche una ragazza ( Thierry, molto gnocca), che, tuttavia, a causa della persistenza dei sentimenti in fondo all’animo umano, si rivelerà più un intoppo che un aiuto.

 

Taac. I rischi che si paventavano sopra si sono materializzati. The Zero Theorem è infatti la stanca ripetizione, visivamente meno ispirata e tematicamente forse anche un po’ trombonesca, di quanto già detto con Brazil. Certo, se c’è una cosa di cui non si può accusate Gilliam, è di essere incoerente: il suo ultimo film suona quasi come una rivendicazione, ex post, di averci visto più lungo di tutti circa 30 anni fa. Secondo il regista-autore, infatti, dagli anni’ 80 in poi l’umanità si è progressivamente chiusa dentro una gabbia auto-costruita, fatta di schermi, telecamere, social network e costante interconnessione, vedendosi così prosciugata ogni interiorità e, per estensione, ogni libertà di pensiero e quindi, alla fine, la libertà assoluta stessa, destinandosi ad una condizione di Entropia costante ( sempre sul punto di collassare). Tutto ciò, più o meno già presente in Brazil, viene qui ribadito, con un tono più sciapo e disilluso ( leggi “vecchio”) e non di rado didattico ( Qohen, simbolo dell’umanità, parla in terza persona plurale come il mago Othelma, così che ogni sua frase suona come un verdetto o una sentenza sul genere umano tutto nel XXI secolo. Escamotage che, direi, aggiunge nuovo senso all’aggettivo “didascalico”).   Insomma, come j’accuse socialogico o fotografia dei tempi che corrono, The Zero Theorem, se paragonato a cose più recenti e, comunque, non perfette, come Her o Disconnect, fa la figura del vecchio trombone che fa il predicozzo ad un mondo che non capisce, senza diventare mai ( come faceva Brazil) una grottesca e beffarda epifania sull’oggi. Visivamente, poi, Gilliam gira purtroppo a vuoto: a parte la breve sequenza in esterno ( girata a Bucarest), dove tutta la vena acido-kitsch del regista viene fuori e colpisce ancora, The Zero Theorem è tristemente posticcio, tra effetti digitali imbarazzanti ( anche se non al livello spazzatura di Parnassus) e castronerie analogiche che fanno solo venire in mente le recenti cretinate di Gondry.

 Insomma insomma, Gilliam è bollito, purtroppo. C’era stato un momento, negli anni ’90, in cui, con film seppur imperfetti come La Leggenda del Re Pescatore e L’Esercito delle 12 Scimmie, il regista sembrava essere riuscito a far evolvere il suo stile, asciugando le baracconate Pyhtoniane e creando una interessante e personale forma di grottesco, ma è stato, a quanto pare, solo un momento. Qui siamo proprio in piena fase di stanco formalismo.

Gli Attori? Sembra che recitino solo per fare un favore a Gilliam, ossia, pensando ad altro.

VOTO: 5       ( CREUTZ)  

Scimmie! Tante belle scimmie. Dov’eravamo rimasti? Ah, già: 2011, L’alba del pianeta delle scimmie (Rise of the planet of the apes) diretto da Rupert Wyatt e con James Franco. Film che rilanciava discretamente la saga nata dal romanzo di Pierre Boulle ma che lasciava un po’ di amaro in bocca…quella sensazione di “ok, va bene…però potevate fare di più”. Ecco che allora a 3 anni di distanza arriva il sequel del prequel (sì, ste scimmie tendono a fare confusione) e dietro la macchina da presa si piazza addirittura Matt Reeves, uno che ci sa fare e non poco. Alla sceneggiatura confermata la coppia Rick Jaffa-Amanda Palmer. Sullo schermo scimmie, tante scimmie, molte più scimmie del film precedente. E questa volta il risultato è decisamente migliore. 

(scimmie)

La storia inizia da dove era finito Rise: la scimmia Caesar vive con i suoi simili tra le frasche appena fuori San Francisco e ha messo su una bella comunità di primati che vive serena e molto organizzata. Al suo fianco c’è il cazzuto Koba, che insieme a lui tira avanti la baracca. Nel frattempo gli umani sono decimati dall’epidemia causata nel primo film e le scimmie si domandano se ancora esista un uomo vivo. La risposta arriva presto poichè un gruppo di uomini capitanati da Malcolm (Jason Clark) arriva nei pressi del villaggio delle scimmie e si scontra con un paio di loro. La tensione sale, ma grazie alle doti diplomatiche di Caesar si evita il peggio. Si scopre che a San Francisco i sopravvissuti all’epidemia vivono in maniera precaria, con un futuro tutt’altro che roseo davanti a loro. Le scimmie lo sanno. Caesar e Koba vanno allo scontro: il primo vuole restare a vivere in pace in mezzo al verde e cercare un accordo con gli umani, il secondo vuole la guerra e la distruzione della specie che li ha schiavizzati in passato. Facile capire quale posizione avrà presto la meglio: sarà l’inizio della battaglia. 

(sono scimmia e ti mitraglio)

Dawn spacca. Riassumiamolo così in due veloci e semplici parole. Spacca perchè c’è azione, spacca perchè ci sono le scimmie a cavallo che sparano, spacca perchè quando gli umani fanno i superior con i carri armati le scimmie entrano nel mezzo, uccidono chi è alla guida, lo buttano fuori e rivoltano i blindati contro i nemici, spacca perchè ci sono combattimenti ad alta quota, ci sono esplosioni, scene epiche con scimmie guerrigliere che saltano fuori dal fuoco urlando, spacca perchè le scimmie spaccano. Matt Reeves ha avuto gioco facile dopo che a Wyatt con Rise era toccato il lavoro sporco, ovvero la stesura di una storia da cui far nascere tutto il contesto che porterà poi alla guerra che vediamo in Dawn. In questo film quindi tutta la parte introduttiva dove si prepara l’escalation di eventi finale è molto meno lenta e noiosa rispetto al film precedente: abbiamo già due schieramenti posizionati e in attesa solo che si accenda la miccia della battaglia. La rivalità tra Caesar e Koba con la legge non scritta “Ape not kill ape" che viene sempre di più messa in discussione ci mostra una comunità scimmiesca che sempre di più si appiattisce sui difetti degli uomini, creando così un continuo ribaltamento di ruoli all’interno del film che rende più avvincente il tutto. Koba è un villain coi fiocchi, la sequenza coi due bifolchi yankee che si allenano a sparare è assolutamente fantastica, così come entusiasmante è lo scontro finale tra Caesar e Koba sulla torre che crolla (!!!). Gli umani fanno il loro ma restano sullo sfondo: Jason Clarke, Gary Oldman e Keri Russell interpretano in maniera più che sufficiente il loro ruolo da sparring partner, lasciando il centro della scena alle bestie sempre più scatenate. In un’estate povera di emozioni cinematograficamente parlando (e non) Dawn of the planet of the apes (insieme a Transformers 4) ci da una bella sveglia e lancia sempre di più l’action nella classifica dei generi più in forma del momento. Ave, scimmia Caesar, morituri te salutant.

VOTO: 7             (STEINER)

"Un’esperienza cinematografica oltre ogni immaginazione". Esticazzi! direbbe l’uomo della strada leggendo la locandina italiana di The Quiet Ones, tradotto in maniera intelligente con lo stesso titolo di Hannibal Lecter del 2007. ”Questa volta è tutto vero”. Ah beh, se è tutto vero allora mi fiondo dritto dritto nel primo cinema che ha in proiezione la nuova fatica di John Pogue (uno che al suo attivo ha solo Quarantine 2…nemmeno l’1…il 2!) e me la godo. Care amiche (e amici, vabbè) degli Sbandati, ricordatevi una regola fondamentale per scartare a priori un horror pubblicizzato in Italia: se leggete che il film in questione ha “terrorizzato gli Stati Uniti” deve suonare subito la sirena d’allarme e la risposta automatica deve essere NO. Se leggete “il film che ha sconvolto la Polonia” allora forse può già andare meglio. 

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(ennesima regazzina posseduta) 

1970: c’è Jared Harris che interpreta tal Professor Coupland, un drittone che ha il pallino di voler dimostrare che tutto è scientificamente dimostrabile e che non esistono forze soprannaturali. Per raggiungere il suo obiettivo fa degli esperimenti su una povera ragazza orfana e sola (…). Al suo fianco ci sono tre studenti: una bionda ninfomane, un tizio belloccio e il good guy con la telecamera (Sam Claflin) che riprende tutto (perchè ovviamente l’elemento found footage deve esserci sennò non siamo contenti). Dopo che l’università decide giustamente di sospendere i suoi esperimenti, il Prof. decide di spostare Jane (Olivia Cook, la regazzina) in una casa in campagna e continuare lì i suoi esperimenti che fondamentalmente consistono nel portare questa povera creatura al limite della sopportazione per farla andare fuori di testa e dimostrare che i suoi strani comportamenti sono dovuti a turbe mentali e non a fattori paranormali. Seguono: strani avvenimenti, scoperte inquietanti, colpi di scena, finale shock (!). 

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(scleri)

Nomen omen. Le origini del male è la rappresentazione di tutto ciò che di brutto c’è nel cinema horror contemporaneo. Ancora c’è da capire come mai la Hammer abbia deciso di infangare il suo buon nome nel nuovo millennio con due film abominevoli come questo e quello con Harry Potter che finisce sotto al treno. Cosa dire del film di Pogue…minestrina riscaldata senza novità, con un abbozzato tentativo di dare una scossa nel finale con una serie di rivelazioni ad effetto che non riescono comunque a salvare il film dall’anonimato. Sorprende trovare tra gli sceneggiatori Oren Moverman, uno che ha dimostrato di saper fare dell’ottimo cinema. Le origini del male non fa paura e non inquieta, la storia non desta curiosità e per assurdo risultano più interessanti i rapporti personali tra i 4 ESPerimentatori (neologismo che ho inventato in questo momento e del quale mi prendo tutti i meriti) che il destino della giovane Jane. Pogue dal canto suo dirige in maniera classica e standard, facendoci risvegliare dal torpore solo nell’entusiasmante quanto esilarante scena del vomito-blob-gak che esce dalla bocca di Jane per rientrarci a velocità supersonica. In realtà una sequenza apprezzabile c’è ed è quella (SPOILERONE) dell’autocombustione di Jane sul finale del film. Ma per il resto è il nulla. Insomma, l’estate si conferma una merda. 

VOTO: 4                (Steiner)

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 L’unico evento cinematografico degno di nota dalla fine del Festival di Cannes al prossimo primo settembre, piaccia o no, è l’uscita di Transformers 4, ultimo episodio della saga sui robottoni più tamarra della storia del cinema, saga concepita dal Michael Bay, il regista più tamarro della storia del cinema. Si potrebbe dissertare filosoficamente per ore circa la figura di Michael, se si tratta del male assoluto o di un geniale capitalista del cinema, se si tratta di un fascista repubblicano venditore di gioiosa guerra o di un semplice esecutore in mano agli sponsor; fatto sta che, a Michael, di quello che pensano i critici, non frega un cazzo. A lui interessa portare in sala masse di non cinefili. E questo lavoro, diciamolo, lo sa fare meglio di tutti.  Questo discorso effettivamente mette in discussione il senso ontologico di questa stessa recensione, in quanto i film di Michael Bay, per i motivi sopra spiegati, sono sostanzialmente non-recensibili; tuttavia, usando il pretesto che il mondo è una pieno di cose senza senso, proveremo lo stesso ad esprimere un giudizio pseudo-cinefilo sull’ultimo episodio di Transformers.

( Bay sul set…)

La trama al volo. Dopo che l’ultima battaglia tra autobot e Decepticon raccontata in Trans 3 ha raso al suolo la città di Chicago, la Cia decide di fare una pulizia etnica di tutti i robot rimasti sulla Terra. Gli autobot vengono così uccisi uno per uno da un insopportabile agente segreto ( Welliver) che sembra la fusione tra Linus e Guido Bagatta, che per svolgere la sua missione si fa aiutare da Lockdown, un cattivissimo robot-cacciatore di taglie interstellare. In realtà, gatta ci cova: l’uccisione degli autobot serve ad una mega azienda per costruire dei nuovi transformers-droni che frutteranno grandi dollari. Intanto, in Texas, una famiglia di bifolchi sul lastrico ( Mark Whalberg + figlia topissima + fidanzato di figlia che ha frizioni con Mark Whalberg) per caso trova Optimus Prime.

 

( il villain Lockdown)

 Per cercare di giudicare Trans 4, facciamo un breve riepilogo, con voto annesso, delle puntate precedenti:

Trans 1: carino, giocoso, solare, tamarro consapevole. Il miglior Bay di sempre dopo Armageddon. Con canzone dei Linkin Park che vale quel 6.5 che non ti aspetti.

Trans 2: un insostenibile concentrato di paccottiglia guerrafondaia e patriottarda, serio e fiero sino al ridicolo involontario. Shia Labeouf in versione duro è da garrota. Il peggior Bay di sempre insieme a Pearl Harbor. Voto: 4

Trans 3: un felice ritorno alla fanta-disaster-comedy in stile The Avengers. Si ride, si gode degli effetti speciali, si ride, si gode degli effetti speciali. Ottimo lavoro. Voto: 6.5

Come si colloca, in questo tamarro scenario, l’ultimo episodio, uscito ieri in Italia e già turbo-campione di incassi in America, tanto che qualcuno ipotizza che potrebbe finire sul podio dei più grandi incassi di sempre, andando ad insidiare la sacra trinitas Avatar, Titanic, The Avengers ? Dunque, a livello di tamarraggine, Trans 4 è ahimè, il fratellastro di Trans 2. L’ironia e le strizzatine d’occhio alle semi-serie saghe di supereroi o al cinema di Roland Emmerich che caratterizzavano Trans 1 e Trans 3 sono qui totalmente spazzate via.  Trans 4 è di nuovo il trionfo del machismo yankee più retrogrado, quello che ha il suo cuore nei redneck texani ( non per nulla i protagonisti sono redneck), dove il trittico famiglia-patria-libertà( intesa come libertà di far la guerra) costituisce, per i protagonisti, umani o robots, la base di partenza per qualsiasi decisione sia necessario prendere. Il tutto, sia chiaro, con una sicurezza e un assenza di auto-ironia che pure George W. Bush si sognava.  Vetta reazionaria di questa piramide di tamarraggine repubblicana-reazionara è il sub-plot dedicato allo scontro tra padre, figlia e fidanzato, con il padre che giudica il fidanzato in base alla quantità di testosterone che sa produrre e che esige dalla figlia che si copra perché ha 17 anni; tutto ciò, per amor di coerenza, con la telecamera di Bay che indugia su culo, cosce, tette e boccuccia aperta in stile fellatio della figlia come se fosse un soft-porno di Bigas Luna ( in tal senso, spero che Bay prima o poi giri un porno, perché è decisamente talentuoso nel rendere zozzo qualsiasi movimento del corpo femminile).

( la bella Nicole Pretz, nei panni della sexy figlia di Whalberg)

 Insomma, si sarà capito, i dialoghi e il loro goffo contenuto, sono raccapriccianti, roba da infilarsi degli spilli nelle orecchie. Per il resto, ossia la parte che conta davvero, quella degli effetti speciali, il livello è senza dubbio impressionante: quando Michael Bay schiaccia sul pedale dell’acceleratore, con la camera che vola, corre e non stacca mai, il suo film diventa un ottovolante da Luna Park che va oltre il cinema, avvicinandosi all’esperienza sensoriale di Gravity (la parte finale girata ad Hong Kong, soprattutto, è incredibile e, forse, anche registicamente originale).In altre parole, dal punto di vista dello spettacolo action, Transformers 4 prende Thor, Iron Man, Godzilla, Pacific Rim e li usa come stuzzicadenti. Tuttavia, ma questa è una considerazione personale, gli scontri tra robots sono così complessi, così studiati, così esageratamente “perfetti”, che perdono qualcosa in verosimiglianza e realismo. La scena finale in cui arrivano addirittura dei dinosauri-transformers, per capirci, assomiglia di più ad un videogioco, dove proporzioni e leggi fisiche si perdono, che a un film di robots ( e forse questo problema Pacific Rim aveva tentato di risolverlo).

Che dire per concludere? Transformers 4 – L’era dell’Estinzione è un film da vedere se siete dei redneck, dei supporter di Rick Santorum e se volete provare la mistica esperienza di fare un tuffo nell’ apoteosi della tamarraggine neo-con americana più scioccante. Per il resto Trans 4 è quello che è, un evoluzione dei Luna Park inserita nelle sale cinematografiche, che sazia e strazia, ma, ahimè, non annoia mai.

VOTO : 6   ( Creutz)

Quando ci sono i mondiali non si va al cinema. Questa è una regola non scritta della società civile che qualcuno dovrebbe affrettarsi a scrivere. Tuttavia facciamo un mini-strappo alla regola e vi parliamo di quello che è stato uno dei casi cinematografici più interessanti della stagione: stiamo parlando di Smetto Quando Voglio, esordio dell’italiano Sydney Sibilia ( bravo bel nome) che ha fatto molto parlare di sé quest’inverno e che noi non recensimmo perché in streaming pirata non uscì mai e insomma ok che forse poteva essere un film carino ma rischiare 8 roits per andare addirittura a vederlo in sala era, diciamocelo, un po’ osé. Bene, ora che siamo riusciti a mettere le mani su uno streaming decente, vi diamo la nostra opinione su quello che qualcuno ha definito “il film che ha ridato un po’ di freschezza alla paralitica scena della commedia italiana intelligente”.

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Di che parla il film che ha conteso a quella sagoma di Pif il David di Donatello per il miglior esordio dell’anno? Parla di Pietro ( Edoardo Leo), frustrato ricercatore di chimica alla Sapienza che viene trombato dal suo professore di riferimento a causa di trame baronali. Che fare? La soluzione di Pietro è plagiare Breaking Bad: siccome è un chimico con i controcazzi, crea una droga simil-MDMA a cui però altera leggermente la formula, così da renderla, almeno per il ministero della salute, legale. Insieme alla sua cricca di amici, anch’essi tutti ex secchioni finiti male a causa della crisi economica ( c’è l’antropologo, l’economista, l’archeologo, il linguista etc.),  farà il botto nel mercato delle pasticche romane. Non tutto, chiaramente, filerà liscio.

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Dunque, sgombriamo il campo da ogni dubbio: Smetto Quando Voglio non è quella perla geniale che qualcuno ha descritto e non è nemmeno la “commedia per tutti 2.0” che ha saputo rinnovare il genere in questione. Il film di Sibilia è, sostanzialmente,  un surrogato in salsa italica di quei perfetti prodotti  televisivi americani con target il pubblico dai 25 ai 35; massa assai eterogenea di serie tv  e film con un pubblico ben preciso e con linguaggio ancora più definito, all’interno della quale possiamo annoverare a caso nomi come Breaking Bad e Scrubs per arrivare a certe caciaronate yankee tipo Una notte da Leoni. Ecco questo mondo qui sopra descritto è l’universo cinematografico di riferimento di Smetto Quando Voglio, che Sibilia ha avuto l’idea di traslare a Roma, condendolo con l’umorismo da serie Tv romana alla Boris o, ancora di più, da web-series romana, alla The Pills. Il problema evidente, purtroppo, è che, ca va sans dire, se confrontato con i lavori americani a cui si ispira, Smetto Quando Voglio fa la figura del cioccolataio: sceneggiatura fragile, ritmo appena sufficiente, personaggi scritti male ( l’antropologo, il linguista e l’archeologo non sono assolutamente funzionali alla sceneggiatura, ma sono messì lì solo per far sviluppare il giochino “secchione dentro mondo della criminalità = risata”, leit motiv di tutto il film). Insomma, visto da fuori, abituati al livello eccelso americano, Smetto Quando Voglio è solo l’ennesima dimostrazione che gli italiani non sanno essere ganzi se non copiando gli americani, con il problemino che non sanno neanche copiarli bene.

Però ci sono dei però. Se invece di guardare agli americani, ahimè inarrivabili, guardiamo al deserto dei tartari del cinema medio italiano ( il cinema da festival negli ultimi anni si è ben ripreso), se insomma facciamo uno sforzo antropologico turbo-relativizzante e ci rendiamo conto che i rivali di Smetto Quando Voglio sono cose tipo Paolo Ruffini, Fausto Brizzi, Fabio Volo, Federico Moccia e Paolo Genovese, allora, forse, ci rendiamo conto che Sibilia non merita pernacchie ma, anzi, qualche applauso di incoraggiamento. Il suo film, infatti, benché porti addosso tutti i difetti dell’incuria cinematografica italiana degli ultimi 30 anni di cui si diceva sopra, è innegabilmente frizzante, si lascia guardare senza indurre a bestemmiare, a tratti fa effettivamente ridere, finalmente parla della contemporaneità e della crisi economica ( non come i film del filotto di cretini di cui si diceva sopra, ambientati in una bolla di prosperità economica fuori dal tempo) e, soprattutto, osa un pochino nei contenuti, sia per quanto riguarda la droga non più trattata in chiave giovanardiana che soprattutto nel finale spiazzante tutt’altro che conciliatorio, ma sanamente coraggioso e “incazzato”. Insomma, se guardiamo al nostro ombelico, Smetto Quando Voglio è un discreto film, o almeno un film degno di essere visto, che di sicuro vale a Sibilia un attestato di fiducia in attesa della seconda prova. Dai eh, che forse uno spiraglio di luce in fondo al tunnel si vede.

VOTO: 6.5    ( Creutz)

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Lech Walesa, il celebre leader del sindacato Solidarnosc che negli anni ’80 mise ko il regime comunista polacco, non era ancora stato portato sul grande schermo da nessun regista. Il vero Lech, infatti, tutt’ora in vita, nonostante nell’americanizzato occidente sia considerato un eroe leggendario e senza macchia, in Polonia in realtà non viene più portato sugli allori dal ’95, quando la sua pasticciata esperienza di governo del paese finì  tra accuse di incapacità e autoritarismo. Alla trasposizione cinematografica ci ha pensato allora Andrej Waijda, ottuagenario regista polacco che da circa 60 anni dedica pellicole alla storia del proprio paese: un regista forse più importante da un punto di vista storico-culturale polacco che da una prospettiva più squisitamente cinematografica, ma comunque un bravo autore, che ha sempre saputo dare un respiro potente ai suoi film intrisi di storia ( si pensi a Katyn, il suo ultimo lavoro dedicato alla strage di polacchi perpetrata dai sovietici nel ‘39). Vediamo dunque cosa ha combinato approcciandosi a quello che, probabilmente, è il personaggio più importante e controverso della recente storia polacca.

( il vero Walesa)

Il film ripercorre le tappe dell’avventura di Walesa attraverso una nota intervista rilasciata dal nostro ad Oriana Fallaci, partendo dal 1970, quando lo sconosciuto elettricista assunto nel porto di Danzica partecipò ai noti tumulti operai che finirono in strage. Da quel giorno, più per istinto che per vera vocazione ideologica o politica, Walesa prenderà sempre più il controllo dei sindacati “indipendenti” dal partito, mettendosi contro i burocrati socialisti e ottenendo notevoli successi in termini sia economici ( aumenti salariali, migliori condizioni di lavoro) che politici ( riconoscimento ufficiale di Solidarnosc, liberazione di prigionieri politici) fino a quando il generale Jaruzelski non riporterà l’ordine attraverso il controverso colpo di stato del 1981. Walesa finì anche al confino per un anno intero, per poi tornare da eroe e riprendere a guidare l’opposizione pacifica contro il potere sovietico. Il film giunge sino al 1983, anno in cui Walesa ricevette il Nobel per la pace, raggiungendo forse l’apice del consenso politico e culturale globale. I fatti successivi, dalla caduta di Jaruzelski alla fallimentare esperienza di governo dello stesso Walesa nei primi anni ’90, sono lasciati alle didascalie su sfondo nero al termine del film.

( il vero Walesa oggi)

Come valutare questo genere di film, sempre in bilico tra il documentario didascalico in stile La Storia siamo noi e l’agiografia in pompa magna,  spesso destinati ad essere utilizzati dai professori liceali per risparmiarsi di tenere una lezione per due ore? Forse tentando di vedere quanto il regista di turno riesca a rinnovare il pseudo-genere di riferimento ( il pizzoso film storico), piegandolo alla propria poetica e così consegnando al pubblico un film che non sembri ( solo) un bignami-pensiero unico su “come bisogna ricordare un evento storico”. Waijda ce la fa? O meglio, fa qualcosa? Sì, Waijda qualcosa fa in tal senso. Il suo Walesa è infatti, oltre ad un diligente cine-bignami sulla vita del leader di Solidarnosc, una frizzante commedia dal ritmo burrascoso e dalla divertente colonna sonora punk-rock. Quello che ha cercato di fare Waijda, chiaramente, è costruire un film in tutto e per tutto ( ma in particolare nell’atmosfera) simile al carattere del vero Walesa ( interpretato dal bravissimo  Robert Wieckiewicz), istrione simpatico e carismatico, quasi una rock-star politicizzata, che forse proprio grazie alla sua vivacità fisica ( più che intellettuale) riuscì a far innamorare milioni di polacchi e ridicolizzare i grigi droidi della burocrazia sovietica. Se il film merita una visione, dunque, è per l’atmosfera scanzonata e mai tragica che il personaggio emana: scelta che, in effetti, forse riesce a cogliere davvero l’essenza del fenomeno-Walesa più di molti pistolotti storicisti di qualche ricercatore o giornalista. Per il resto, Walesa è il classico docu-agio-fiction che evita di toccare i lati più scomodi della storia del buon Lech, lati come l’adorazione al limite del fanatismo per Giovanni Paolo II di cui era intrisa Solidarnosc, alcune sue dichiarazioni non in linea con lo spirito dei tempi su aborto e omosessuali  e, non ultima, la pessima esperienza di governo dal ’90 al ’95.

( il Walesa cinematografico)

Detto ciò, Walesa è un discreto film-storico, che tuttavia non scamperà al destino di venire dimenticato da tutti, tranne che dai prof. di storia della quinta liceo: già li vedo i tediati professori, a giugno, a 4-5 giorni dalla fine della scuola, invece di tenere una lezione con 35 gradi e essere ascoltati da zero studenti, accendere un cero ad Andreij Waijda e portare la classe di ragazzi in aula video e metterla davanti a Walesa, pensando a come spendere i 3 mesi di vacanza che si apriranno a giorni davanti a loro…

VOTO: 6.5    ( Creutz)

C’è Luc Besson che ha scritto una storia ambientata a Parigi con protagonista un agente della CIA malato terminale che deve riconquistare la fiducia della sua famiglia dopo essere stato assente per 5 anni mentre di nascosto compie l’ultima missione sparando e uccidendo persone random con scene d’azione un po’ goffe. Il caro McG (QUELLO DI TERMINATOR SALVATION, AVETE CAPITO???) decide di prendere in mano il progetto e…”A chi affidiamo la parte del protagonista?" "Chiaro, è un film scritto a puntino per Jean Reno!” “Eh, ma sticazzi…siamo a Hollywood…già c’è Besson, è ambientato a Parigi…troppi francesi NO.” “Beh, allora andiamo di Bruce Willis…spaccone, un po’ gigione, perfetto per una storia tra l’action, la commedia e il boh” “Bruce Willis non può, c’ha da fare. Sai che ti dico? KEVIN FUCKIN’ COSTNER” “Sei un fottuto genio!”. Ecco, credo sia andata un po’ così. Per il resto del cast hanno seguito la logica di mercato, prendendo quella figa megaspaziale di Amber Heard a fare la spietata agente della CIA, Connie Nielsen e Heilee Steinfeld a fare moglie e figlia del protagonista e il sempre al top Richard Sammel a fare il cattivone (crucco, ovviamente).

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 (Kevin Costner versione Blasco e la Amber)

Nei primi 100 secondi di film c’è già uno spiegone megagalattico che ti fa capire dove si andrà a parare: Wolf è un terrorista/mercante d’armi tedesco che col suo braccio destro “L’Albino” sta per concludere un importante affare con dei pericolosi siriani (iraniani e arabi ormai surclassati). Nessuno ha mai visto Wolf in faccia. La CIA ha sul campo Ethan Renner (KC), agente esperto, che dovrà fermare l’affare e arrestare/uccidere tutti i cattivi. In realtà l’operazione va malissimo e muore un sacco di gente inutile. Sta di fatto che Ethan decide di ritirarsi dall’attività e tornare dalla famiglia a Parigi dopo 5 anni. Prima, però, scopre di avere un tumore al cervello che si è esteso ai polmoni (?!?!?!?) e ha 3 mesi di vita. Cercherà di ricucire i rapporti con la famiglia che non vede da anni, cosa non facile. La CIA però è bastarda e gli offre un medicinale in fase di sperimentazione che dovrebbe/potrebbe salvargli la vita, ma solo in cambio di un’ultima missione: uccidere un sacco di persone collegate a Wolf e arrivare al temuto fuorilegge teutonico. Ethan è costretto ad accettare. Ah, appena torna in Francia trova il suo appartamento occupato abusivamente da una famiglia di neri (così…a caso).

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(ho un sacco di sciarpe fighe e tu no)

Oddio, che dire… 3 Days to Kill è un film talmente inutile ma talmente inutile che però lo vedi lo stesso perchè c’è Kevin Costner con una pistola in mano che ammazza gente. In realtà siamo davanti ad un film che come unico punto fermo ha l’ambientazione parigina: questo infatti è il particolare che dovrebbe dare un po’ di charme al film ma non lo fa perchè McG si impegna tantissimo nel suo mescolone di action e commedia a far andare tutto male. E ci riesce! Mille cose improbabili si succedono per 117 minuti, finchè l’ex asso dei video musicali non azzecca un mezzo colpo di scena che fa salire l’adrenalina in un attimo da -20 a 200. E così si assiste ad un finale discreto, con tanto di sparatoria con Torre Eiffel sullo sfondo e happy ending da “volemose bene”.

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(cartolina da Parigi)

Kevin arranca, fatica a stare dietro al ritmo del film, ma la sfanga perchè deve fare il malato e quindi le sue spacconerie anche se risultano goffe hanno alla fine un motivo d’esistere. Ed è proprio il faccione da schiaffi dell’ex Tenente Dunbar alla fine a dare un piccolo senso a quest’enorme esempio di inutilità cinematografica. Le gag, le smorfie, le mosse che sorprendono sempre il nemico fanno ghignare nella loro insensatezza e il tentativo di riconquistare la fiducia della famiglia fan provare (cioè non a me e spero nemmeno a voi…ma a qualche donna in menopausa senz’altro) un senso di compassione da discount. Il giudizio sul film in ogni caso non cambia, nonostante la presenza della Amber che è sempre un piacere per gli occhi (anche se come attrice cagna è e cagna rimane). Diamo una pacca affettuosa sulle spalle di Kevin Costner ma rigettiamo il film senza tentennamenti.

VOTO: 5              (Steiner)

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L’oscar per  la tamarrata più ganza dell’anno se lo porta a casa Edge of Tomorrow. A tavolino. Ma secco eh, non c’è proprio partita.  Con la nonchalance che potrebbe avere Messi quando dribbla i difensori avversari, il film con Tom Cruise mette in fila 300 l’alba di un  impero, Noah, Godzilla, X-men, The Amazing Spiderman 2 et similia e si siede sul trono: bam!  Edge of Tamarro. Non c’è molto da aggiungere. Se come noi vi gasate per gli action zarri  e soprattutto per Tom Cruise che fa le faccette da bamba  mentre uccide i mostri, beh, avete trovato il film dell’anno. Se poi sciaguratamente siete anche cresciuti con videogiochi tipo Doom, Halo, Metal Gear Solid e via dicendo, allora avete trovato l’albero della cuccagna, altro che film dell’anno.

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( Cruise-faccetta)

Le premesse di Edge of Tamarro sono le classiche del genere che potremmo definire “Alien Invasion movie”: alieni cattivissimi arrivano sulla Terra e fanno il culo all’Europa. Gli Yankee decidono di entrare in guerra. Il maggiore Cage ( Cruise), smidollato capo ufficio-stampa dell’esercito, finisce anche lui in prima linea nel neo-sbarco in Normandia contro gli alieni e, chiaramente, ci rimane secco dopo 5 minuti. Qua però avviene l’evento che snatura il genere di cui si diceva sopra: Cage si risveglia, di nuovo, all’inizio della giornata prima dell’invasione. Per motivi che verranno chiariti durante il film, infatti, il protagonista ogni volta che muore, ritentando la sorte nelle sbarco sulla spiaggia, si risveglia all’inizio della giornata, in un loop infinito. Proprio come in un videogioco sparatutto, allora, Cage cercherà di avvantaggiarsi di questo dono per destreggiarsi meglio nella battaglia e, en passant, sconfiggere tutti gli alieni. Lo aiuterà Emily Blunt, cazzutissima soldatessa che in passato ha avuto la stessa esperienza.

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Ciò che rende Edge of tamarro una tamarrata con i controfiocchi è, si sarà capito, il suo stretto legame con il mondo dei videogiochi.  Anzi, Edge of Tomorrow probabilmente è il film che di più, nella storia del cinema, è riuscito a piegare il cinema alla logica del videogame: lo spettatore,  proprio come il protagonista, man mano che ( ri)vede il film capisce come funziona la battaglia, intuisce da che parte arriverà un mostro o da che lato esploderà una granata, rimanendo più rilassato quando una situazione è già stata vissuta, ma ritrovandosi assolutamente spaesato quando avanza in zone nuove ed inesplorate. Quando poi Cruise e la Blunt riescono finalmente a passare il “livello” dello sbarco sulla spiaggia e si avventurano nella Francia occupata dagli alieni, per lo spettatore non è possibile non riprovare le sensazioni ( di curiosità, insicurezza, fascino etc.) che nascevano quando in un videogioco si iniziava un “nuovo livello” dopo molto tempo che si era bloccati.   A questo impianto videoludico molto interessante e comunque decisamente coraggioso, inoltre, bisogna aggiungere delle scene action di ottimissima fattura ( il piano-sequenza dello sbarco in Normandia è notevole), una estetica alla Starship Troopers decisamente intrigante, un Tom Cruise in formissima e una Emily Blunt sudata che farebbe vacillare anche James Bond.

Insomma, davvero tanta lana questo Edge of Tamarro.  Ma la cosa che più ne certifica la qualità è che è una tamarrata che si fa apprezzare anche da sobri. Mi spiego: questi tipi di film, in genere, necessitano di una certa dose di sostanze psicotrope per farsi apprezzare; Edge of Tamarro no. Si fa apprezzare anche da lucidi e sobri. E questo, almeno nella nostra sbandata gerarchia di valori, significa pregio.

VOTO: 7     ( Creutz)

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La saga degli X-men resiste.  Nonostante ormai non siano più in primissima fila nella gerarchia dei blockbusteroni che Hollywood sforna come il pane ogni anno ( i vari Thor e Hunger Games li hanno surclassati), i simpatici mutanti sono riusciti a rimanere a galla e ritagliarsi un loro spazio, tra il nerdismo da fumetto e il fanta-action per famiglie, ricevendo spesso anche il plauso della critica per l’atmosfera leggera e non presuntuosa che pervade gli ultimi film. Ed è il caso anche di quest’ultimo episodio X-Men Giorni di un futuro passato  ( titolo di rara bruttezza), che vede tornare in cabina di regia quel Bryan Singer che nel 2000 per primo aveva portato Logan e soci sul grande schermo. Il risultato, anche questa volta, è un film leggero, pervaso da una sottile ironia che sembra voler dire al padre trascinato in sala dal figlio fanatico della Marvel:” ehi, si è tutta una cazzata, lo so. Però vedi come non ci prendiamo sul serio? Siamo consci di essere una cazzata per quel nerd di tuo figlio”. E il padre, suppongo, non può che apprezzare. Ma veniamo al film.

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Come il precedente X-Men – L’inizio, questo nuovo capitolo giochicchia con la storia americana. Vedamo la trama: ai giorni nostri tutti i mutanti stanno venendo sterminata dalle Sentinelle, robottoni creati da quei fascisti degli uomini per liberarsi dei poveri portatori di gene X. Gli stessi eroi della saga sono decimati. L’ultima speranza è spedire Logan ( Jackman) indietro nel tempo, negli anni  ’70 per la precisione, quando Le Sentinelle furono inventate dall’ingegnere Truck ( il nano di Game of Thrones), e cercare di impedire a Mystica ( qui la trama si pasticcia un po’) di uccidere proprio l’inventore, atto che convinse gli umani della effettiva pericolosità dei mutanti e quindi della giustezza del progetto-Sentinelle. Evitato l’attentato, in teoria, tutto il futuro dovrebbe cambiare. Logan, dunque, giunto nei mitici 70’s di Nixon e degli acidi, contatta i giovani Xavier ( McAvoy) e Magneto ( Fassbender) per farsi aiutare nel piano.

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( Magneto uber alles)

Come detto, sono la sottile ironia, la leggerezza e l’atmosfera sorniona che pervadono il film a fare di questo X-Men un’operazione riuscita come la precedente. A questo apprezzabilissimo approccio cazzone, inoltre, bisogna aggiungere la spassosa idea di spostare l’azione nel passato: gli ultimi due X-men infatti si comportano proprio come i romanzetti storici di Ken Follet o dei Wu Ming, dove i grandi eventi del passato vengono piegati alla logica della trama di finzione del film ( in tal senso, la spiegazione dell’omicidio di Kennedy è da applausi, roba da alzarsi e fare subito un bonifico di 100 euro allo sceneggiatore). E il risultato, tra Nixon, le cadillac, la conferenza di Pace di Parigi del ’73 e il Vietnam, semplicemente , spacca. Certo, il film sconta l’assenza di un vero e proprio villain, perdendo un po’ di mordente nel finale, dove si ripete per l’ennesima volta lo scontro tra il fanatismo di Magneto e il liberalismo moderato di Xavier; ma vabbè, alla fine l’operazione funziona e X-men si candida a miglior film a impatto-zero sui neuroni dell’anno.

Chiudiamo con un po’ di pagelle sui protagonisti:

Wolverine/ Jackman: l’icona della serie è ormai un po’ bollita. Logan, qui nel ruolo di moderato negoziatore con i giovani Erick e Charles, non sembra essere al suo meglio: non tira neanche uno sganassone e, appena ci prova, viene inchiodato al suolo da Magneto con dei cavi d’acciaio. Sucker. Voto: 5

Magneto/ Fassbender: l’attore feticcio di Mcqueen è davvero un Re Mida. Il suo giovane Magneto è il personaggio più riuscito degli ultimi episodi. Sempre in bilico tra fighismo e stronzaggine, alla fine del film fa addirittura decollare un stadio intero facendo venire voglia di mettersi sotto di lui e urlargli: “hell yeah man drop dat shit make us jizzin ” e via dicendo. Guru: voto: 8

James MacAvoy/ Xavier:   il bardo scozzese si impegna nel trasformare Xavier in un depresso quasi hippie degli anni ’70. Tuttavia nel suo personaggio, a differenza di Magneto, non si riesce a stabilire ( o almeno dare un’idea di) continuità con lo Xavier pelato degli anni zero. Inoltre, con i capelli lunghi sconta l’eccessiva somiglianza con Silvio Muccino. Che ne sarà di lui? Voto: 5.5

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(…)

Mystica/ Jennifer Lawrence: insultatemi pure, ma per me la Lawrence rimane arrapante come un muro in carta da parati. Mondina. Voto: 5

Bryan Singer ( regista): dopo una serie di fallimenti e disastri al botteghino, riesce finalmente a portare a casa un progetto ben fatto. Dai eh, che magari tra 10 anni te lo fanno rifare un film indipendente.

VOTO: 6.5 ( Creutz)

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E arrivò il momento di David Cronenberg. Mi sento quasi a disagio a dover parlare di un film come questo, perchè la stima che ho per il regista canadese va di pari passo con le perplessità che il suo ultimo lavoro mi ha suscitato. A quasi una settimana dalla visione di Maps to the stars ancora mi faccio domande e mi chiedo quale sia il vero significato di questo progetto, dove volesse arrivare Cronenberg con questo film, cosa volesse trasmetterci oltre ad una facile satira sul mondo di Hollywood. Ma andiamo con ordine. Per il successore di Cosmopolis, oltre al confermatissimo Pattinson, nel cast compaiono come protagonisti John Cusack, Julianne Moore, la Wasikowska, Olivia Williams, Carrie Fisher (che interpreta sè stessa) e direttamente da The Killing quella faccia da schiaffi di Evan Bird. Tutti attori messi perfettamente al loro posto da Cronenberg, che ancora una volta si dimostra un vero maestro nella gestione delle facce e del materiale umano a sua disposizione.

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(Pattinson e la Moore : taaac)

La storia: Agatha (Wasikowska) arriva a Los Angeles portandosi dietro un passato misterioso che lentamente verrà alla luce. Conosce Jerome (Pattinson), un autista di limo con fievoli speranze di diventare un giorno attore che lavora per Havana Segrand (Moore), un’attrice sclerata sul viale del tramonto ossessionata dalla voglia di interpretare il ruolo della defunta madre (ex star del cinema) in un film sulla sua vita. Le vite dei 3 si intrecciano con quella della famiglia Weiss (Cusack, Williams, Bird). Tristi e banali rappresentanti della Hollywood ricca e stereotipata, i Weiss, con il marito psicoterapeuta-guru, figlio tredicenne baby star tossicodipendente e moglie manager, verranno travolti dall’arrivo (sarebbe meglio dire dal ritorno….) di Agatha nelle loro vite. Questo è tutto ciò che vi serve sapere per avvicinarvi a Maps to the stars, per scoprire cosa c’è beneath the surface guardatevi il film, anche perchè il grosso del lavoro Cronenberg lo fa sui personaggi, scavando dentro uomini e donne che nascondono non due ma tre o quattro facce diverse.

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(Wasikowska-Agatha con lo sguardo birichino)

Da dove cominciare…mah, banalmente dalla satira (feroce? mh..) su Hollywood? Non mi sembra il caso, anzi, facciamo che non ne parliamo proprio, perchè se uno ha un minimo di giudizio, o più semplicemente dispone di due occhi, e vede il film riesce a capire che a Cronenberg le stars stanno sul cazzo e crea quelle due o tre macchiette (Havana, Benjie) per sbeffeggiare un mondo che non gli appartiene. Ok, tolto questo dal film, vediamo cosa resta. I feticci cronenberghiani prima di tutto: la mente e, come sempre, il corpo umano, presi coi loro difetti e le loro mut(il)azioni, trasformati in qualcosa di incontrollabile e dai confini sempre più labili. Una mente che costruisce realtà distorte, che rende le persone schiave dei loro personaggi, fino a far confluire su un unico piano due realtà parallele, che non si distinguono più e che portano inevitabilmente ad un corto circuito. La visione del corpo è invece meno feticistica e surreale rispetto ad altri film di Cronenberg ma ha sempre un’importante funzione simbolica: le ustioni sul corpo di Agatha, l’inutile bellezza di Jerome, le rughe e la decadenza di Havana, raggiungono un peso spropositato, occupando ossessivamente lo schermo. I rapporti carnali (e di sangue) e il sesso qui più che in altri casi sono il centro dello schema costruito a tavolino da Cronenberg, che negli incroci tra i vari personaggi mette in scena un serpente che si mangia la coda; così come la Hollywood del cinema si nutre dei propri vizi, così i personaggi di Maps to the stars si nutrono della propria (e di quella altrui) autodistruzione, finendo per venirne sopraffatti. 

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(la Wasikowska fa le mosse con John Cusack in tv)

Insomma…cos’è Maps to the stars? Una riflessione filosofica (non puoi fuggire dal passato bla bla…la finzione non avrà mai la meglio sulla realtà bla bla…what goes around comes around…ECCETERA)? Semplice satira fatta con stile? Cronenberg che ci sta prendendo per il culo (Lynch style)? Io dico che è un po’ un insieme di tutte queste cose. Perchè il film un suo perchè ce l’ha ed è diretto fottutamente bene. Ma se non avevo difficoltà ad insultare le pretese di A dangerous method, così come non le avevo nel giudicare Cosmopolis un surreale e affascinante viaggio verso il nulla, Maps to the stars non mi da la possibilità di aggrapparmi a niente e questo mi irrita un po’. E’ come se Mulholland Drive si fosse unito a The Canyons in un amplesso molto molto complicato. Il cerchio si chiude perchè Cronenberg non lascia nulla al caso, ma gli scricchiolii di un’opera non perfettamente riuscita si sentono eccome. E se tra chi griderà al capolavoro qualcuno griderà alla puttanata non scandalizzatevi. 

VOTO: 6+            (Steiner)

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Abel Ferrara è ormai un uomo alla frutta. Da quando ha rotto lo storico sodalizio con lo sceneggiatore St. John, che negli anni ’90 diede alla luce la celebre “trilogia del peccato” e a quel gran pezzo di film che era Fratelli,  il regista newyorchese non ne ha più imbroccata una, cercando ogni volta di riproporre stancamente le sue storie di perdizione, che, però, senza il sotto-testo cattolico che forniva il geniale sceneggiatore, hanno perso ogni originalità e interesse. A ciò va aggiunta una deriva psico-fisica  un po’ troppo evidente, che lascia pensare che il buon Abel negli ultimi anni abbia deciso di vivere proprio come i protagonisti dei suoi film, ossia all’insegna di sana droga e sano alcol. In tal senso, mi ricordo un’ intervista che aveva rilasciato quando girò l’inguardabile Napoli Napoli Napoli, documentario sulla città partenopea, in cui sosteneva di aver girato il film sostanzialmente “per drogarsi un po’ a Napoli con amici”. Boutade? Può essere. Comunque, non ci posso fare nulla, ormai io Abel me lo immagino come un uomo cotto, che non riesce neanche più a tirarsi su i calzoni da solo e che passa le giornate esattamente come le passava Harvey Keitel nel Cattivo Tenente. Ma veniamo a Welcome to New York, film che è valso al nostro una bella denuncia per diffamazione da Strauss Khan.

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( il fermo-immagine più bello del film)

Il film,  infatti, racconta pari pari la storia dell’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale, noto gozzovigliatore e erotomane, che nel 2011 venne arrestato a New York con l’accusa di tentato stupro ai danni di una cameriera di colore. Strauss Khan non si chiama Strauss Khan, ma Deveraux, ed è interpretato da uno sferico Gerard Depardieu, in gran forma nonostante la sempre più inquietante somiglianza con un leone marino. La moglie di Deveraux, invece, è interpretata da una Jacqueline Bissett che si candida prepotentemente al premio di “granny of the decade”. Welcome to New York, comunque, risulta narrativamente diviso in due: una prima parte tutta dedicata alle orge extra-lusso che Deveraux/Strauss Khan si regala nella suite dell’albergo e una seconda che segue gli eventi successivi all’arresto, dove il protagonista, ai domiciliari in una casa da 1 milione di dollari, litiga con la moglie, la tradisce un altro po’ di volte e intanto aspetta la sentenza.

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( il secondo fermo-immagine più bello del film)

 Se Abel Ferrara è un uomo alla frutta, il suo cinema è al dolce. Welcome to New York è infatti l’ultimo epigono dei grandi film sul peccato e sulla discesa agli inferi che avevano caratterizzato la ditta Ferrara-St. John negli anni ’90, dal già citato Cattivo Tenente  all’osannato The Addiction. Ma dove, in quelle opere, c’era una forte riflessione sotto-pelle sul Cristianesimo e sulla condizione dell’essere umano, in Welcome to New York c’è il nulla. Nulla inteso come zero cosmico. Niente. Vuoto. Sotto vuoto. Ore Zero calma piatta. Paragonabile ad una specie di ricostruzione televisiva di Annozero  di quanto avvenne realmente nell’hotel in salsa V.M. 18, il film ci mostra lo squallore della vita “a tutto sesso” di Deveraux/Strauss Kahn con didascalica mediocrità, senza neanche fare finta di voler riflettere su qualcosa. Ma Ferrara non è Ozon, che con Giovane e bella aveva saputo fare del “non spiegare un comportamento” la forza del proprio film;  e così, alla fine, il suo Welcome to New York , citando Diego Della Valle, risulta solo “una poverata”.  Una poverata che viene tenuto un pelo sopra il livello spazzatura dalla interpretazione di Depardieu, che sarà anche uno stronzone putiniano, ma nei panni di Strauss Khan è davvero un gigante: grugniti, sputi, sbuffi, respiri animaleschi, il suo Deveraux è una palla di carne e pulsioni sessuali che non si dimentica e che tiene a galla il film.

Ad ogni modo, Welcome to New York è una vera sòla. Inoltre, e qui Ferrara è davvero sfigato, se il regista voleva fare un film che mandava a quel paese l’universo tutto, dai critici ai politici, per godersi un po’ di chiasso mediatico in stile Lars von Trier, ha toppato in pieno. Il film infatti non glielo hanno neanche distribuito e lui s’è beccato una denuncia pesantissima dal vero Strauss Khan, che non essendo esattamente il signor Fumagalli, potrebbe estorcere al povero Abel un bel po’ di dollari. Brutta storia. Per Abel pronostico un nuovo periodo di farmaci e liquori.

VOTO: 5  ( Creutz) 

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E’ arrivato. Per l’ennesima volta si è risvegliato dagli abissi ed è tornato a farci visita il vero King dei mostri, questa volta accompagnato da 2 simpatici compagni di distruzione. Tanta era l’attesa per questo nuovo Godzilla di Gareth Edwards, regista che veniva dal discreto Monsters, altro film che di creature ruggenti e pericolose parlava ma che di certo non ha lasciato grande traccia di sè alle sue spalle. Insieme allo sceneggiatore Max Borenstein (praticamente all’esordio) il regista inglese si butta in una difficile operazione di restyling di uno dei più famosi personaggi della storia del cinema, prendendosi l’onore (e l’onere) di rimediare a quella cagata mostruosa di Roland Emmerich del 1998 dove l’esercito americano distruggeva le città a colpi di missili cercando di beccare il lucertolone affamato di pesce che prontamente schivava i colpi. Per fortuna stavolta è un’altra storia.

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(Gojira fa un bagnetto)

La storia scritta da Dave Callaham e Borenstein segue tutte le linee base dei predecessori inserendo qualche interessante elemento di novità. Per prima cosa, i MUTO. Questi esseri primitivi che si nutrono di radiazioni e che finiscono per diventare i veri antagonisti di Gojira nel film sono la trovata vincente, quella che da un tocco di freschezza e rende tutto più avvincente e spettacolare. E’ la MUTO femmina infatti (che d’ora in poi chiameremo MUTA per distinguerla dal compagno volante) il mostro che davvero spaventa di più e getta nel terrore la Terra. Il nostro amico Godzilla arriva a metà film bello tranquillo dal fondo dell’oceano dopo che Heisenberg/Cranston ha già tirato le cuoia. Piccolo recap: Heisenberg lavora per una centrale nucleare in Giappone insieme alla moglie (Juliette Binoche) e ha un figlioletto. Qualcosa che sembra un terremoto (ma che evidentemente terremoto non è) fa crollare tutto e la Binoche muore. Per i media è stata una tragedia naturale, ma Heisenberg non ci sta. Passano 15 anni, il figlioletto Ford è diventato un artificiere tronista strafigo (Aaron Taylor-Johnson) e vive a San Francisco, mentre Heisenberg è ancora a Tokyo, vive in un bilocale e sta cercando di dimostrare che l’incidente avvenuto 15 prima non è stato causato da un terremoto ma da “qualcosa”. Quel qualcosa è il MUTO, che nuotando nelle vicinanze della costa giapponese fa del bordello.

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(MUTO si tuffa stile Cagnotto)

Nessuno crede ad Heisenberg, o meglio, tutti INSABBIANO tutto, finchè la storia non si ripete: terremoto, bordello…GODZILLA! Nel frattempo MUTO maschio volante, che era tenuto sotto osservazione dai giapponesi, scappa e inizia a spaccare tutto. E’ l’inizio di una vera e propria apocalisse, che tocca il suo apice quando sulla scena irrompe MUTA, l’essere mostruoso femmina, che risponde al richiamo del maschio e dal Nevada cerca di raggiungere il compagno. L’esercito degli Stati Uniti, insieme allo scienziato giappo che ha combinato in pratica la frittata (più, ovviamente, Ford Brody) cercano soluzioni mentre i mostri spaccano tutto. Godzilla è stranamente cauto, resta in disparte, un po’ come gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma poi decide di entrare in azione e comportarsi secondo natura: va a spaccare il culo a MUTO e MUTA, che intanto ha deposto le sue uova nel sottosuolo di Frisco. D’ora in poi assisteremo ad una battaglia senza esclusione di colpi tra i tre mostri, con gli esseri umani che assistono inermi, cercando soluzioni improbabili per distruggerli.

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 (Godzillone ringhia)

Ci sono tante cose apprezzabili nel film di Gareth Edwards. In primis l’atmosfera: tutto è cupo, si respira ansia in ogni sequenza e il clima è di vera apocalisse. In secondo luogo, l’inserimento di MUTO e MUTA cambia la prospettiva del film, con i 2 insettoni che si prendono il ruolo di “cattivi” e lasciano Godzilla in una zona neutra, tra il bene e il male, fino alla sequenza finale, nella quale al lucertolone vengono giustamente riconosciuti i suoi meriti di salvatore dell’umanità. Gli uomini di fronte a tutto questo sono totalmente inermi e inutili. Heisenberg, possibile eroe del film, muore quasi subito. La missione quasi suicida del figlio Ford per salvare San Francisco risulta essere inutile. Se c’è salvezza è grazie a Godzilla, che segue il suo istinto di predatore e fa fuori i mostri.Citando la frase ad effetto del film pronunciata dal giappo scienziato Sherizawa (Ken Watanabe) “L’arroganza dell’uomo è pensare che la natura sia sotto il nostro controllo e non il contrario”. Degli umani a Gojira non frega niente, anzi: in un’epica sequenza Ford e il mostro, sfinito dal combattimento, si trovano faccia a faccia e i due si guardano dritti negli occhi: sono pochi secondi incredibili e quasi toccanti, nei quali viene fuori l’ANIMA di quello che da tutti è considerato solo come un mostro distruttore e che sembra voler dire all’umanità intera “che sbatti…la prossima volta vi arrangiate”. Edwards rilancia degnamente la leggenda di Godzilla, pur dovendo cedere a qualche clichè da blockbuster (tragedia familiare iniziale, ricongiungimento finale, riferimento a Hiroshima), disegnando uno scenario oscuro e più vicino a Pacific Rim e a Cloverfield che ad Indipendence Day & co. Le altissime aspettative non sono state del tutto rispettate, ma il lucertolone gode di buona forma e nuota ancora sul fondo dei nostri oceani. Lunga vita a Gojira.

VOTO: 6,5            (Steiner)

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Prendete un venerdì sera come tanti. Gli amici, un paio di birre ed una torta al cioccolato infarcita del vostro allucinogeno preferito. E SBAM! The Raid 2. È così che mi sono imbattuto in un capolavoro. Nonostante la mia ignoranza e nonostante una personale repulsione per le multisale scozzesi. Perché lo devo confessare, sapendo ora di deludere tutti gli appassionati nel mondo di Pencak Silat, prima della settimana scorsa non avevo mai sentito parlare né di The Raid 2 e neppure del suo regista, Gareth Evans. Faccio ammenda e mi cospargo il capo di cenere.

( della droga)

Da qui però parte la mia prima raccomandazione. Consiglio vivamente a chi fra voi non ha visto The Raid: Redemption (2001) di guardarselo prima di avventurarsi in sala per The Raid 2: Berandal. La trama infatti di questo secondo capitolo, a parte essere particolarmente complessa, non è affatto a se stante rispetto agli avvenimenti già trattati nel primo film, anzi, le scene di apertura del film sono proprio il collante necessario al regista per creare tra le sue due opere una sorta di continuità. Anche leggendo le vicissitudini di produzione incontrate in questi anni da Evans nel concretizzare le proprie idee sullo schermo, sembra alquanto inadeguato stare ad elencare le differenze che intercorrono tra i due film; è chiaro che le due opere siano da considerarsi come un progetto unico e che per questo secondo film si sia voluto, e potuto finalmente, fare le cose in grande. Tradotto, portafogli aperti per il regista dopo il successo di The Raid 1 e piena libertà d’azione a lui e alla sua squadra di guerrieri per questo grandioso sequel.  

( una bellissima gif di The Raid 1)

La trama come dicevo è complicata ma al contempo presenta la struttura classica dei film di genere. Rama (Iko Uwais) non si è ancora lavato il sangue dal volto dopo la carneficina di The Raid1, che già è costretto a fare i conti con la cruda realtà: i criminali con i quali si è dovuto misurare fino ad oggi si rivelano essere per quello che sono, piccoli pesci in un mare infestato da squali. L’organizzazione criminale, ricollegabile ai personaggi precedentemente incontrati, è infatti ben più potente di quanto il protagonista avesse realizzato e non passerà molto perché una vendetta sanguinaria possa abbattersi su di lui e sulla sua famiglia. A fargli prendere coscienza della sua delicata posizione è Bunawar (Cok Simbara), un esperto ed onesto ispettore di polizia, che gli propone un’alternativa alla morte certa che lo aspetta qualora tornasse a casa da eroe. L’alternativa a dirla tutta non è che sia un granché, Bunawar infatti propone a Rama di fingersi morto ed entrare a far parte in incognito nell’operazione che dovrebbe definitivamente ripulire la città dal marcio e distruggere così i vertici della criminalità Indonesiana. Il piano è quello di arrestare Rama ed in questo modo trasferirlo in prigione a contatto con Ucok (Arifin Putra), figlio del mega boss di Giacarta, cosicché, una volta conquistata la sua fiducia, si possa infiltrare nell’organizzazione e sgominarla dall’interno. Qualunque misero mortale risponderebbe picche ad un’operazione che presenta probabilità di successo pari a zero, ma Rama, da supercazzuto poliziotto fracassa crani qual è, non si tira indietro e, complice anche l’assassinio del fratello, decide di lanciarsi nell’impresa. Da qui in poi il film diventa un meraviglioso mosaico di violenza e sangue che verrà presto annoverato tra le pietre miliari del genere.

Di riflessioni su  The Raid 2 ne sono state già fatte tante, visto anche i vari passaggi di successo nei festival internazionali, dal Sundance fino al nostro Far East Festival di Udine. Poco c’è da aggiungere per un’opera che come un meteorite si è schiantata sugli ultimi 20 anni di film d’azione, lasciando in definitiva poco o nulla d’intatto. Sono tuttavia la genesi ed il contesto, di quella che con tutta probabilità diventerà una trilogia, gli elementi più interessanti sul quale riflettere. Per prima cosa la genesi. Tutto è cominciato con un progetto documentaristico di Evans, gallese espatriato in Indonesia nel 2008, sul Pencak Silat, l’arte marziale sfoggiata appunto nelle scene di combattimento in entrambi i The Raid. Concluso il documentario, la missione del regista sembra essere stata quella di esportare in Occidente, attraverso i suoi film, la conoscenza di questa particolare tipologia di combattimento, resa visivamente ancora più cruenta dall’utilizzo di armi bianche o di altri attrezzi, come martelli e mazze da baseball. È da qui che probabilmente deriva l’esasperazione con cui il regista ci mostra ogni minimo particolare movimento, in un realismo esasperato, come a dar l’idea che ogni singolo colpo o schizzo di sangue non sia andato perso e che sia stato diligentemente impresso sulla pellicola.

Come già detto Evans è un britannico, le sue influenze sono in gran parte di matrice occidentale, su tutti Scorsese e Refn, ma il ruolo giocato dal contesto nel quale il film è stato girato non può essere tralasciato. Stiamo pur sempre parlando dell’Indonesia, un paese nel quale Joshua Oppenheimer solo 2 anni fa girò The Act of Killing, filmando la complessa relazione tra memoria e violenza in una nazione, come quella indonesiana, vittima di un genocidio del quale sembrava essersi perso ogni traccia dalla storia recente. Insomma, non riesco come a togliermi dalla testa il fatto che questi due film siano in qualche maniera le due facce della stessa medaglia. Che la violenza del passato recente riesumata da Oppenheimer, solamente raccontata e messa in maschera dai protagonisti di The Act of Killing, abbia qualcosa a che fare con la violenza esplicita e spettacolarizzata di The Raid. Mi piace pensare che i vecchi gangster incontrati da Oppenheimer siano andati al cinema quest’anno, come facevano quando erano giovani e sadici. Si siano comprati un paio di buste di popcorn ed abbiano goduto nell’ammirare la  violenza stereotipata di The Raid2, scordandosi per un momento quanto fosse vero al contrario il sangue che scorreva sulle loro mani. Ma qui sto divagando e forse quella torta ha cominciato a fare effetto. Ad ogni modo, capolavoro.

GPL

Voto 10

In questa settimana la pubblicistica cinematografica sarà focalizzata su due eventi: l’inizio del Festival di Cannes e l’arrivo in sala di Godzilla. Da una  parte avremo un pantagruelico mix di articoli che inizieranno tutti con “si alza il sipario”, “al via la kermesse”, “si srotola il tappeto rosso”, “glamour e cultura a braccetto” e via dicendo; si passerà poi ad una serie di insulti a Grace di Monaco e a Nicole Kidman e agli elogi al sempre più rincoglionito Jean Luc Godard e all’aria fritta in salsa hipster di Xavier Dolan, per finire con il trionfo scontato di Nuri Bilge Ceylan, uno dei più grandi depressi che abbia mai messo il naso dietro una cinepresa, o dei fratelli Dardenne, due che a Cannes vivono di rendita più dell’aristocrazia terriera del ‘700. Dall’altra, invece,  assisteremo ad uno stantio dibattito tra nerd su Godzilla, sui Kaiju e su sta fava, dibattito totalmente superfluo in quanto noi Godzilla  lo abbiamo visto in anteprima lunedì e fa cagare. Così, se tutto ciò vi tedia come tedia noi, vi consigliamo di spegnere computer e televisioni e andare al cinema a vedere Alabama Monroe, uno dei film più toccanti ed emozionanti dell’anno; il film belga che, agli Oscar, è andato vicinissimo a strappare la statuetta a Sorrentino.

Ambientato nel Belgio fiammingo, Alabama Monroe  racconta la storia d’amore tra Elise, tatuata tatuatrice, e Didier, barbuto contadino suonatore di benjo in un gruppo bluegrass. Elise è razionale, con i piedi per terra, energica e leggermente sanguigna; Didier è invece più sognatore, artista, distratto, riflessivo e, soprattutto, innamorato dell’America. Il loro amore comincerà a tramontare quando sulle loro vite si abbatterà la tempesta della malattia della loro, unica, figlia.

  Innamoramento, libido, matrimonio, diventare genitori, distacco, malattia, declino , morte: le tappe classiche che segnano la nascita e la fine di una storia ( possibilmente senza la morte), qui messe per bene in fila, in Alabama Monroe vengono frammentate e poi rimontate ad incastro, dando vita a delle montagne russe emotive che passano, in un solo stacco, da un periodo felice ad un tragico, da un momento di pace ad un momento di frenesia, come un grande collage di ricordi  trasformato in una storia. E proprio questo accostamento di poli opposti ( già visto in Blue Valentine)  fa scattare, nello spettatore, le scintilla del dolore, della commozione e, se siete sensibili, di un bel pianto a fontana. Alabama Monroe, riuscendo a tenersi clamorosamente alla larga dal dramma ricattatorio e facile, è un film che fa male, che colpisce al cuore, che anche quando si inerpica sulle insidiosissime vette della tragedia, riesce a mantenere  le mani salde sul volante e a non sbandare, regalando al cinema una delle storie d’amore più forti ( benché non originali) degli ultimi anni.

A questo ottovolante di emozioni, infine, bisogna aggiungere due ulteriori pregi: l’interessante descrizione della colonizzazione culturale del Belgio da parte degli Stati Uniti; le scene di sesso più belle e realistiche da molto tempo a questa parte.

Insomma,  per questa settimana:    - Cannes, - Godzilla; + Alabama Monroe.  È un ordine.

VOTO: 7 +  (Creutz)