GLI SBANDATI - Cinema, tv e spettacolo

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Recensioni, novità e classifiche dal mondo del piccolo e grande schermo. Un angolo dedicato a tutto ciò che riguarda cinema e video, trattato in modo poco convenzionale.
A cura di Steiner e Creutz, due giovani laureati di bell'aspetto.

E’ appena passata la Pasqua, Cristo è morto, poi è risorto e ci ha lasciato in dote un sacco di cioccolato e colombe avanzate con le quali faremo colazione per i prossimi 2 mesi emmezzo. Ma siamo qui per parlare di cinema ed ecco che magicamente nel periodo pasquale esce nelle sale un horror bello. Avete capito bene: un horror bello. E americano per giunta! No, non sto scherzando e il suo nome è “Oculus”, scritto e diretto da Mike Flanagan. Si era fatto un gran parlare di questa pellicola, sembrava che finalmente l’horror da grande sala potesse rialzare la testa e così è avvenuto. Non un film che passerà alla storia, certo, ma di sicuro un film che convince, confonde, a tratti spaventa e che non si perde come tanti suoi colleghi in sceneggiature pasticciate e incongruenti. 

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(la ragazza e lo specchio)

Oculus narra la storia di Kaylie e Tim, due giovani fratelli che hanno dovuto affrontare la perdita dei genitori da piccoli a seguito di un evento tragico: la madre infatti venne torturata e fatta a pezzi dal marito, che poi fu ucciso dal piccolo Tim proprio mentre cercava di far fare la stessa fine ai figlioletti. Tim venne chiuso in un ospedale psichiatrico, mentre Kaylie continuò in qualche modo la sua vita. 11 anni dopo i fratelli si riuniscono. Tim che è appena uscito dall’ospedale psichiatrico sembra lucido e a posto, mentre la sorella inizia a dirgli che devono vendicarsi della morte dei genitori. Come? Semplice, distruggendo un antico specchio appartenuto al padre, che secondo Kaylie e secondo la leggenda porta alla pazzia chi lo possiede, seminando morte. Il ragazzo tentenna ma poi cede e così i fratelli Russell si troveranno di fronte al terribile specchio (recuperato tramite una casa d’aste da Kaylie) nella loro vecchia casa e attraverso un piano forse geniale ma più probabilmente da psicopatici organizzato dalla ragazza, cercheranno di sconfiggere la maledizione dello specchio e di distruggerlo senza lasciarci le penne. Il tutto va di pari passo con dei flashback che ci mostrano i fatti che portarono alla morte violenta dei genitori 11 anni prima.

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(i fratelli Russell)

Mike Flanagan con Oculus non sbaglia praticamente niente. Escluso il piccolo escamotage delle telecamere a circuito chiuso che riprendono e trasmettono sui monitor ciò che avviene nella stanza dello specchio (cosa che da Paranormal Activity in poi ha sinceramente fracassato le palle), azzecca tutte le mosse e riesce a tenere in piedi un film che si prende il lusso di giocare con una sceneggiatura brillante che prende spunto dallo specchio maledetto per metterci davanti un continuo cambio di prospettive, tra flashback, allucinazioni e realtà, senza l’ombra di una contraddizione e inserendo qua e là colpi ad effetto mai fuori luogo. Ogni tanto sembra che Flanagan voglia cedere ai clichè dell’horror moderno (ovvero mostroassassinodemonezombi che compare all’improvviso con un rumore fortissimo), ma li aggira sempre, rendendo le apparizioni dei demoni e dei fantasmi meno spettacolari ma più inquietanti e lasciando il ruolo di vero villain al padre impazzito protagonista dei flashback. 

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(reminder: le lampadine non si mangiano)

Ciò che rende Oculus un buon horror è proprio il riuscito mix tra soprannaturale e thriller (con strizzatine d’occhio a Shining qua e là quando il padre impazzisce) e la capacità di Flanagan di tenere sempre tutto sotto controllo. E forse è proprio dell’autore il maggior merito della riuscita di questo film. Non ci resta che aspettare il già annunciato Somnia, prossimo film del regista di Salem, in uscita l’anno prossimo, per capire se Oculus è stato un colpo di fortuna di un regista anonimo o se siamo di fronte a qualcuno che può finalmente mettersi a fare concorrenza all’odioso ma infallibile James Wan. Nel frattempo, bravo Mike.

VOTO: 6,5               (Steiner)

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Alzino la mano quelli che quando hanno sentito accostati i nomi di Darren Aronofsky e Noè hanno pensato nella loro testa “EEEEHHHH????”. Si, lo so che siete in tanti, che siete TUTTI, ma era giusto sottolineare per l’ennesima volta in avvio di recensia l’accoppiata poco convenzionale dalla quale partiva il progetto “NOAH”. Chi vi parla è da sempre un aronofskiano convinto che ha amato i film del regista di Brooklyn, crescendo con il mito della figaggine di Pi grecoRequiem for a dream per poi mettersi a piangere per mezzora con The Wrestler fino a rimanere estasiato da Black Swan. L’unico film che mi ha lasciato con l’amaro in bocca (e l’amaro era sapore di merda) è stato The Fountain. E da dove ripartirà il caro Darren per raccontarci la storiella dell’arca di Noè? Esatto, dallo stile pacchiano e pesante di The Fountain. Con qualche piccolo aggiustamento di cui parleremo più avanti. Ma andiamo con ordine. Non mi sembra il caso di perdere tempo a spiegarvi la storia di Noè e dell’arca, quindi lascio la parola a questo filmato esplicativo: 

Cos’è quindi il Noah di Aronofsky? E’ un film, anzi, è una cosa, difficile da spiegare ed immaginare. Facendo una metafora culinaria, prendiamo il polpettone. Partendo dalla rivestitura esterna, useremmo 3 fette di carne di vitello da 450 grammi in tutto, più rosmarino, salvia, aglio e un po’ di timo per insaporire: una cosa semplice, come la confezione esterna di Noah, che si presenta sotto i nostri occhi come un filmone pomposo, spettacolare ed innocuo, adatto a grandi e piccini. Poi arriviamo al ripieno, che solitamente si prepara con uova, vitello (250 gr per 6 persone), salsiccia, parmigiano, noce moscata e altre spezie a piacere. Insomma, un ripieno classico per una ricetta facile e veloce. Ad Aronofsky però preparare il polpettone non piace PERCHE’ E’ VEGANO. Quindi fanculo la ricetta originale, lui prende un’altra strada: prende tutti gli ingredienti commestibili per lui e cerca di metterli insieme per far venire fuori una cosa che poi chiamerà “Polpettone vegano”. Ecco quindi che Noè (un Russel Crowe barbuto e imbronciato ma bravo) per costruire l’arca viene aiutato da dei GIGANTI DI PIETRA (che dietro il collo hanno scritto in piccolo “©peterjackson”), che Matusalemme (Anthony Hopkins) è uno stregone un po’ ritardato fissato con le bacche e che Ray Winstone interpreta Tubal-Cain, cattivissimo re degli uomini e discendente di Caino, che riesce a imbucarsi sull’arca e cerca di far la pelle a Noè. 

(Noè e Tubal-Cain si guardano in cagnesco)

Tutti elementi questi che fanno virare Noah verso il fantasy e che con l’aggiunta delle sequenze spettacolari del diluvio (©rolandemmerich) potrebbero dare un senso al colossal da 125 milioni di dollars di Aronofsky. E invece no, perchè è troppo facile. Ecco che il buon Darren allora decide di tornare indietro di 8 anni e rispolvera la magica atmosfera con i magici colori e la magica rottura di palle di The Fountain e inserisce sogni e spiegoni di Noè sull’origine della Terra (©terrencemalick) che hanno come caratteristica primaria quella di farti cadere le braccia. Certo, visivamente alcune di queste sequenze sono impeccabili e affascinano, ma se in apertura di film mi fai comparire un serpente che sembra uscito da una produzione SyFy a quel punto caro Darren non ci siamo. 

(una sagoma ambigua di Noè su uno sfondo wow)

L’impressione è che Aronofsky abbia voluto complicarsi la vita più del dovuto, e rendendosi conto di avere tra le mani un soggetto che per forza di cose doveva essere trattato per quel che è (un polpettone biblico di 2 ore con un po’ di disaster movie), ha cercato in tutti i modi di imprimerci un’impronta personale, senza riuscirci. Dei suoi film migliori non c’è traccia. La profondità con cui analizzava le inquietudini dell’animo umano sparisce e affoga insieme ai poveracci che non riescono a salire sull’arca. Restano dei bravi attori che interpretano dei pupazzi che fanno e dicono cose ma che non destano nello spettatore il benchè minimo sentimento. Però ci sono dei però. E sono tutti a favore di Aronofsky. L’apparente confusione stilistica con cui il regista affronta il tema biblico è bilanciata dal fatto che Noah in fin dei conti è quello che doveva essere, ovvero un polpettone hollywoodiano di 2 ore, con effetti speciali roboanti e retorica spicciola da libro di religione delle elementari spinta all’estremo, fino a sfiorare il ridicolo quando si calca la mano sulla questione vegetarianismo. Ci piace? No. E’ giusto che sia così? Probabilmente sì. Aronofsky lo sa bene e ogni tanto la sensazione che ci stia prendendo tutti per il culo affiora, ma poi ripensi a The Fountain. 

(meglio chiudere le porte)

Insomma, che fare di questo Noah? Niente, assolutamente niente. In una situazione normale, passeresti e andresti oltre. Il film finisce e tu resti lì, a guardare i titoli di coda, a ripensare a cosa hai appena assistito e rimani basito, perchè non capisci. Esci dal cinema, ti incammini verso casa e sai che sono state forse 2 ore sprecate ma non riesci a toglierti dalla testa le mille domande che questa cosa ti fa fioccare in mente. Perchè questo film con tutti i difetti che ha non puoi comunque ignorarlo. E questa è la maledizione che Aronofsky getta su tutti noi. E io ti odierò Darren, fino al tuo prossimo film. E buon polpettone a tutti.

VOTO: 6-                (Steiner)

Tra le tante sotto-categorie cinematografiche che sono state inventate in questi 100 anni abbondanti di cinema, un posto speciale lo occupa “la mattonata”;  in particolare,  “la mattonata russa”. Come non avere presente, infatti, quell’espressione di panico che si disegna sui visi dei nostri amici meno cinefili quando, nel pieno della discussione su quale film vedere, si propone loro: “ma se vedessimo un Sokurov?”. Un’ espressione che esprime un misto di spavento e irrigidimento maxillo-facciale, come se allo scoccare della parola “Sokurov” fosse appena venuta giù una vetrata. Ecco oggi vi parliamo dell’ultimo rappresentante di questa nobile e famigerata categoria cinematografica, un film che, se alla parola “Sokurov” o “Tarkovskij” vi viene uno spasmo facciale, guardatevi bene dal cercare di vedere; ma se invece alla parola “ mattonata russa” vi bagnate tutti pensando a quel cinema unico, che riesce ancora a puntare  filosoficamente in alto e a risultare sempre visivamente all’avanguardia, allora sbattetevi e cercate questo film, perché è davvero un capolavoro.  

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( un mattone)

Proiettato al Festival del cinema di Roma di novembre, Hard to be a God è l’ultimo film, postumo, di Alekseij German, classe 1938, gigante sconosciuto del cinema russo, perseguitato per tutta la vita dalla censura sovietica, costretto all’inattività dall’accusa di “falsificazione storica” e tornato al cinema solo dopo la caduta dell’URSS. Nel 1984 girò infatti il suo film più famoso, Il mio amico Ivan Lapscin, ambientato nei primi anni ’30, proponendo una rappresentazione dell’Unione Sovietica  staliniana che non piacque al partito e che gli valse la scomunica. Da allora visse nell’ombra, collaborando in incognito alle sceneggiature scritte da sua moglie e tenendosi lontano dal cinema. Caduto il muro, nel 1998 tornò dietro la cinepresa, girando Crustalev, la macchina!, nuovo affresco sull’arte e la storia russa nel post Stalin. Per tutta la vita, tuttavia, German sognò di portare sullo schermo E’ difficile essere un Dio, romanzo fantascientifico dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij, gli stessi di Stalker di Tarkovskij. Così, dopo 13 anni di riprese, dal 2000 al 2013, il regista ha messo in piedi quest’ultimo gigantesco film, poi completato dai familiari a causa della prematura scomparsa dell’autore: il risultato è opera-monstre di 170 minuti che, ancora una volta, dimostra quanto il cinema russo sappia ancora spostare in avanti i confini della settima arte.

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(Aleksej German sul set. è il panzone)

La “trama” è la seguente: in un futuro lontano, gli esseri umani scoprono un pianeta in tutto e per tutto simile alla Terra, dove però l’umanità è ancora ferma allo stadio del Medioevo: decidono così di mandare un team di scienziati sul pianeta, per studiare quel mondo e cercare di capire quali sono meccanismi che innescano una evoluzione culturale e tecnologica.  Una volta giunti sul luogo, tuttavia, non resisteranno alla tentazione di intervenire direttamente sulla società locale.

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Quanto appena descritto, in realtà, è più che altro la trama del libro da cui il film è tratto. Ciò che si vede nella pellicola di German, infatti, è quanto di più oscuro e anti-narrativo si possa immaginare: lo spettatore è da subito catapultato nell’infernale società para-medievale del pianeta, un mondo affogato nel fango e nella pioggia, dove non ci sono protagonisti ma solo un caotico brulicare di facce, oggetti e animali. Proprio come la Storia con la S maiuscola, infatti, il procedere degli eventi del film non ha una traiettoria orizzontale, ma bensì anarchica, involutiva e non di rado ripetitiva. Non c’è trama, in Hard to be a God, ma al suo posto c’è un dipinto animato che si fa filosofia della Storia, parlando per immagini, criptiche metafore e dialoghi surrealisti. Dando per scontato che i “sokurov-fobici” di cui si diceva sopra abbiano già abbandonato questa recensione da diversi secondi, possiamo passare ad una più approfondita analisi dei motivi che fanno di questo film un vero e proprio capolavoro contemporaneo del cinema d’arte. Dunque, Hard to be a God è innanzitutto una esperienza visiva senza precedenti, qualcosa di mai visto primi in termini di regia e messa in scena: girato in un lussuoso bianco e nero, con personaggi che entrano ed escono in continuazione dalla scena e che non di rado guardano in camera rivolgendosi direttamente ad essa, lasciando in sospeso la possibilità che si tratti di una lunghissima soggettiva di 3 ore, il film di German è un viaggio animato in un quadro di Bosch e di Bruegel, dove il fango, la terra, il vomito, il sangue, il mucco e la merda hanno la stessa importanza visiva dei personaggi del film, in un approccio registico “totale” che rende impossibile l’ individuazione di un punto di fuga. A questo uragano visivo cui lo spettatore è sottoposto, si aggiunge tutto il sostrato filosofico dell’opera, che ci parla dell’impossibilità di “accelerare” la Storia e la cultura, in quanto gli uomini sono molto più simili alla terra e al fango piuttosto che a creature viventi con un anima (esemplare, in questo, senso la scena dello sbudellamento di un uomo per la ricerca della sua anima). Interessanti, infine, anche i rimandi alla situazione politico-sociale della Russia sovietica: non solo il concezione marxista della storia come evoluzione dialettica viene fatto letteralmente affogare nel fango, ma gli stessi intellettuali ed artisti che vengono giustiziati sommariamente nel barbarico pianeta non possono non ricordare il clima di terrore psicologico e politico in cui visse la società russa per quasi un secolo.

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Insomma, Hard to be a God è tutto ciò, un film mostro che scuote e colpisce nel profondo, aggiungendo un tassello importante alla gloriosa storia del cinema russo e, perché no, uno anche a quello della storia del cinema mondiale.   Certo, Hard to be a God è anche una mattonata in faccia che sfianca spirito e corpo, alla cui visione bisogna arrivare preparati e carichi (non è un film da lunedì sera post-lavoro, per dire); ma è un opera d’arte assoluta, che merita applausi e pubblicità a scena aperta. Dove recuperarlo? Boh. Noi l’abbiamo visto ad una proiezione speciale a Faenza, presentato addirittura dal direttore del festival di Roma Marco Muller. Ergo, il consiglio è di tenere d’occhio festival e rassegne di cinema in giro per l’Italia che potrebbero ri-proiettarlo quest’estate; oppure, se vi sentite fortunati e soprattutto russofoni, provate a cercarlo nei torrent russi.

Ciao Sokurov!

VOTO: 9    (Creutz) 

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le missioni che la critica cinematografica si è data nella sua mesta storia sono tante: stroncare, aiutare a comprendere, orientare il gusto, prolungare il piacere della visione di un film fornendo elementi ulteriori al lettore, spesso agitare l’aria e, infine, consigliare la visione di pellicole che altrimenti sarebbe difficile recuperare. Ecco, questa recensione rientra nell’ultima missione, quella di suggerire un film che probabilmente, se non leggeste questo blog, non vedreste mai e che, comunque, probabilmente non vedrete mai, perché di questo film non ci sono torrent in circolazione e neanche degli streaming. Noi però ve lo consigliamo e, anche se non ci piace fare pubblicità, vi comunichiamo che sarà ri-proiettato stasera al cinema Beltrade di Milano per la rassegna Tra Arte e Cinema . Ergo, qualora questa recensione assolva la sua mission, sapete come spendere il sabato.  Dunque, di che si tratta? Si tratta di lui.

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(Bahman Mohassess)

Questa via di mezzo tra Michael Caine e Serge Gainsbourg è Bahman Mohassess, artista iraniano molto apprezzato nell’Iran pre-Scià e poi lentamente eclissatosi dalla scena artistica del paese dopo il colpo di stato americano e soprattutto dopo la rivoluzione verde di Khomeini. Siccome una delle cose più belle delle dittature è che puoi decidere cosa è arte e cosa no, Mohassess e il suo lavoro furono cancellati dagli annali dal duplice lavoro di spurgo storiografico operato  dallo Scià e dall’ayatollah, venendo condannati all’oblio e all’inesistenza. Dopo 50 anni, nel 2010, la affermata regista iraniana Mitra Farahani ha ritrovato Mohassess a Roma, dove ha vissuto nell’anonimato e nella povertà per mezzo secolo, e ha deciso di girare un documentario su di lui, o forse è meglio dire con lui.

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(la regista Farahani: sticats)

Concepito come un documentario-intervista tradizionale, dove, attraverso lo scoop del ritrovamento dell’artista scomparso, si ricostruisce un pezzo di storia artistica e culturale dell’Iran del secondo ‘900,  Fifi Howls from Happiness lentamente diventa qualcos’altro, una jam session cinematografica tra l’artista e la documentarista e, forse, l’ultima opera d’arte dell’artista stesso. Baricentro di tutto il film, magnetico showman, geniale aforista, opera d’arte vivente e parlante è lui, Bahman Mohassess, personaggio che sembra uscito dalla penna di qualche romanziere postmoderno, paroliere, poeta, pittore visivamente definibile come una specie di Francis Bacon in salsa iraniana, omosessuale che teorizza ( e mette in pratica) la distruzione di tutte le sue opere d’arte perché lui “non lavora per i posteri” e che, come riflette la Farahani, vissuto al riparo da tutti i luoghi comuni e dal corso del pensiero occidentale per 50 anni, si esprime a ruota libera su tutto, da Ricky Martin alla differenza tra dittatura e democrazia,  libero da pregiudizi e da peli sulla lingua; lui, Bahman Mohassess è l’architrave del film, anzi è il film. E il merito della Farahani è proprio quello di rendersi conto di avere di fronte il più bel personaggio cinematografico mai scritto e, quindi, di tirarsi indietro e lasciare all’artista prendere il controllo del suo documentario, in un gesto di umiltà che è più vero di mille documentari veristi che vogliono oggettivare la realtà che riprendono.  Insomma, Fifi Howls from Happiness è un gioiello, un documentario d’arte sull’arte, che commuove e rimane impresso nella mente, lasciando una piacevole e rilassante sensazione nello spettatore che lascia la sala.

Insomma, meglio di così: se siete di Milano, andate a vederlo stasera; se non siete di Milano siete fregati, non lo vedrete mai, probabilmente. Anzi, potete andare a Dubai, dove ora sono finite tutte le sue opere di Mohassess. Fate vobis, forse in effetti è meglio andare a Dubai.

Enjoy

VOTO: 7.5   (Creutz)

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“Aprile è il mese più hipster dell’anno.” Creutz

Nota al lettore Hipster. Parlo a te, giovane hipster, che fai incetta su internet di tutte le recensioni di The Grand Budapest Hotel. Ti avverto, la lettura del pezzo che segue ti è sconsigliata caldamente. Ho utilizzato infatti un linguaggio scurrile e denigratorio nei tuoi confronti e nei confronti della tua categoria.

Aprile è alle porte e già si può pregustare il nauseante hipsterismo che anche quest’anno porterà con sé. Non per altro è arrivato il momento dell’uscita nelle sale italiane di “The Grand Budapest Hotel”, ultimo affresco hipster del vate Anderson. In Scozia però, dove la primavera non esiste e quindi, grazie a Dio, neppure gli hipster(s), il film è già belle che uscito da settimane. Quindi ciucciatevi la recensione in anteprima.

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lo spettatore-tipo di Wes Anderson)

Mettiamo un attimo le cose in chiaro, stupidi hipster(s). Ad Hollywood di Anderson ce ne sono due, ma loro, a parte il cognome e l’età, non hanno nient’altro da spartire. Da un lato c’è Paul Thomas, che con “The Master” ha compiuto l’ennesimo passo in avanti nel suo personale cammino verso una rarefazione cinematografica radicale. Purtroppo si sa, che tra rarefazione ed aria fritta spesso il passo è breve, e The Master ne è probabilmente un esempio lampante. Nulla di male, capita a tutti. Se non fosse che dall’altra parte c’è un altro Anderson, Wes, che di passi falsi finora non ne ha fatto neanche mezzo e, al contrario, si sta sempre di più confermando come uno dei pochi registi ad Hollywood e dintorni, ancora capace a conciliare la propria dimensione autoriale con botteghini e grande distribuzione. Il suo cinema è la vera antitesi della rarefazione. Nei suoi film, il traguardo prestabilito sembra che sia, oltre che l’intrattenimento, soprattutto una combinazione sempre più evoluta tra il lavoro certosino di scrittura della sceneggiatura e il lavoro “artigianale” sul set. Nulla però è lasciato al caso.

Voi che state leggendo, bifolchi hipster del web, con i vostri maledetti baffi e le vostre odiose salopette anni ‘90, starete probabilmente già sbavando sulla tastiera, sbraitando e consumando le vostre All Star Vans sul pavimento, aspettando di leggere di che cosa tratti il film. Detto, fatto. La trama è, come sempre nei film di Wes Anderson, un tourbillon di personaggi memorabili e scenari fantastici. Seppur stavolta si potrebbe anche dire che il regista abbia voluto superare se stesso: in parole povere, c’è talmente tanta carne al fuoco che me la vedo brutta a concentrare la trama in poche righe, ma ci provo.

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( Un flyer di un party al Plastic)

La struttura del film è quella di una matrioska, oggetto hipster per antonomasia, che aprendosi svela, volta per volta, piani temporali e narrativi diversi, portando gradualmente lo spettatore al cuore del film: un lungo e avventuroso flash back. Si tratta delle peripezie di Monsieur  Gustave (Ralph Fiennes) e Zero Mustafa (Tony Revolori), rispettivamente concierge e fattorino in servizio al Grand Budapest Hotel negli anni ’30, prima che la Repubblica centro-europea di Zebrowka fosse travolta dalla guerra. A raccontarci ciò che accadde, è un anziano Zero Musafa (F.Murray Abraham), nel 1968 proprietario dell’hotel, che malinconicamente ricorda i tempi andati ad un giovane scrittore (Jude Law), ospite in quel momento del Grand Budapest. Da quella conversazione, proprio lo scrittore prenderà spunto anni dopo per scrivere un libro; in qualche modo, l’unico vero contenitore di tutto ciò che il film ci mostra. Non vado oltre, guardatevi il film. Vi basti sapere che, a dispetto delle apparenze cotonate, The Grand Budapest Hotel sarà probabilmente uno dei migliori, se non il migliore, film d’azione del 2014. Esplosioni, omicidi, uomini gatto assoldati come killer, vecchie ereditiere che schiattano in maniera sospetta, fughe carcerarie, inseguimenti su piste da sci, sparatorie, scazzottate per eredità contese, motociclette lanciate a folle velocità, salti nel vuoto, organizzazioni segrete, pestaggi della polizia, monaci eremiti assassinati, insomma chi più ne ha più ne metta. Non sto a fare qui neanche l’elenco degli attori appartenenti al cast perché se no, come dice Renzi, non si va più a casa, ma lasciatemi dire che il personaggio di Ralph Fiennes, Monsieur Gustave, entrerà dritto dritto nel pantheon dei migliori personaggi partoriti da Anderson, raggiungendo Max Fischer, Royal Tenenbaum e Steve Zizou.

Un aspetto tecnico. Manca all’appello quello che da sempre è stato il marchio di fabbrica di Wes Anderson, il lungo rallenty. Un’assenza che sembra significativa se si pensa all’utilizzo, o all’abuso, che il regista americano ne aveva fatto finora nelle proprie opere. In effetti la sensazione è quella che Anderson, pur continuando sulla propria strada, quella cominciata nel 1998 con Rushmore, con The Grand Budapest Hotel stia comunque in qualche modo cercando di rinnovarsi nello stile, per non dover rimanere intrappolato in tecniche e soluzioni ormai troppo prevedibili ma allo stesso tempo storicamente associate dai fan al suo cinema e alla sua estetica. Piangi mio giovane hipster, piangi.

In definitiva, come sempre con Wes Anderson si va sul sicuro, hipster o non hipster che siate. Il film cattura l’attenzione per l’intera durata della pellicola, lasciando lo spettatore buone vibrazioni ed una stana voglia di ascoltare “New Slang” dei The Shins. Weird.

http://vimeo.com/83728153

GPL

Voto 7.5

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Donne, è arrivato l’arrotino! No, non è vero. E’ arrivato Brian Percival, regista inglese famoso per…mh…niente, che ha preso il best seller The Book Thief dell’australiano Markus Zusak e ha pensato bene, siccome c’è di mezzo una bambina, una storia commovente e il NAZISMO, di farne un film. Come vi ho già anticipato Storia di una ladra di libri (questo il titolo italiano), ambientato in Germania prima e durante il secondo conflitto mondiale, è incentrato sulla vita di una dolce bambina dai capelli rossi, Liesel (figlia di comunisti mangia bambini), che viene data in affidamento ad una coppia di tedeschi per evitarle un triste destino.

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(la piccola e dolce protagonista)

La storia è narrata addirittura dalla Morte, che dopo tre secondi di film ci ricorda che moriremo tutti (grazie eh) e che se ne frega degli umani. Però per qualche motivo strano la Morte si è presa a cuore una bambina, della quale ci racconta le vicende. In realtà non molto succede nel film. La bimba Liesel (Sophie Nelisse) è adottata dagli Hubermann, Geoffry Rush (che fa il papà buono) ed Emily Watson (che fa la madre crucca e stronza). E’ una bambina silenziosa ma orgogliosa (spacca la faccia al bullo della scuola a pugni) che viene da subito emarginata perchè non sa leggere nè scrivere. Questa cosa toccherà Liesel, che si impegnerà a fondo per imparare a scrivere e a leggere, nonostante sia già scattato il divieto di possedere certi libri (e la scena del rogo è lì apposta). Ma la piccola non è del tutto sola. L’unico che le si avvicina (chiaramente per abbordarla) è quello che forse rappresenta il vero motivo per seguire il film: il bimbetto ariano RUDY STEINER. Con un nome del genere, il bimbo non può essere che un figo: sempre col pallone da calcio sotto il braccio, conquista la piccola Liesel e viene addirittura scelto per entrare nell’elite della gioventù hitleriana.

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(HEIL RUDY STEINER!)

OVVIAMENTE tutti i protagonisti del film sono tedeschi “buoni”: tutti sono nazisti (tranne Liesel) ma inconsapevoli degli orrori che sta perpetrando il regime, tutti se ne stanno e pensano a tirare avanti, senza aprire bocca e facendo tutto ciò che viene detto loro (rogo dei libri compreso). Col passare del tempo però le cose iniziano a peggiorare: la famiglia Hubermann si trova a dover nascondere un giovane ebreo loro amico e inizierà a vivere con l’ansia. Poi scoppia la guerra e vabbè…solite cose. Ed il lieto fine è dietro l’angolo, ANCHE SE PORCA TROIA MUORE RUDY STEINER. 

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(abbraccio tra Liesel e il nazi Rush)

E’ davvero molto complicato avendo a disposizione due elementi come “guerra” e “bambina” riuscire a sbagliare un film. Non dico che devi tirare fuori il capolavoro, ma per lo meno due lacrimucce puoi riuscire a strapparle allo spettatore, portandoti a casa la pagnotta. Il buon Percival invece riesce nell’incredibile intento di confezionare un film piatto e privo di profondità, sprecando il buon materiale che il romanzo di Zusak gli metteva a disposizione, restando sempre a metà strada tra i toni drammatici e quelli leggeri, facendo affogare il film nel mare dell’anonimato. La passione di Liesel per la lettura, il suo amore per l’ebreo rifugiato Max (molto più grande di lei), l’amicizia con il sublime Steiner, il rapporto coi genitori adottivi e con il regime sono raccontati da Percival in maniera distaccata, quasi come se non gliene fregasse nulla di quello che sta raccontando. Tutto è studiato a tavolino per mettere ogni cosa al suo posto e per cercare di dare al film un suo fascino (che teoricamente immagino volesse essere quello della fiaba all’interno del dramma della guerra), ma intorno al film aleggia un’aura di superficialità e di pressapochismo disarmante che finiscono col diventare irritanti. Per assurdo gli unici momenti davvero riusciti sono quelli nei quali prende la parola la Morte e tutti i personaggi tacciono, in particolare nella scena del bombardamento finale. Mai mi era capitato di assistere ad un film sulla WW2 che suscitasse così pochi sentimenti. Insomma, la storia della piccola Liesel non ha fatto breccia nel mio cuore. Ad ogni modo, Storia di una ladra di libri è un film PERFETTO per essere proiettato nelle ore di storia alle scuole elementari. Sono sicuro che le tante maestre all’ascolto ne terranno conto. Saluti.

VOTO: 5           (Steiner)

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Ridotto a rottame dal ciclone politico che si è abbattuto sull’Italia negli ultimi due anni e dal Renzismo degli ultimi mesi, Walter Veltroni non è andato in Africa come aveva sempre sostenuto di voler fare, ma è rimasto in Italia e si è dedicato a quella che da sempre è stata la sua più grande passione: il cinema. Eh sì, perché il Walter è sempre stato un cinefilo, tanto che negli anni ’90, nelle vesti di direttore de L’Unità, fu il primo in Italia a inventare la formula della vendita del VHS insieme al quotidiano ( rischiando tra l’altro di far fallire la testata, al cui salvataggio  provvide Geronzi) e successivamente fu anche un editorialista di Ciak, dove teneva (tiene? Boh fatemi sapere) una rubrica nelle prime pagine. Insomma, a Veltroni il cinema è sempre piaciuto tanto e così, una volta trombato dall’establishment Pd, ha deciso di mettersi dietro la macchina da presa e di raccontare quello che conosce meglio. Ossia, proprio la politica. In particolare, ha deciso di fare un documentario su Berlinguer, l’ultimo grande leader della sinistra italiana.

(le mitiche VHS di Veltroni)

Partendo dalle risposte naif di alcuni giovani intervistati che, candidamente, non sanno chi sia Enrico Berlinguer, il film ripercorre le tappe della vita del celebre segretario comunista, dai voti pessimi presi al liceo di Sassari, passando per la prigionia del 1944, per poi buttarsi a capofitto nella sua vita politica, scandita dal lento allontanamento dall‘URSS, dal Compromesso Storico, dal rapimento di Moro e conclusasi con le delusioni degli anni ’80 e l’inimicizia con Craxi. Fanno da accompagnamento alla narrazione di Veltroni i vari interventi di persone che lo conobbero, come un membro della sua scorta, Macaluso, un operaio di Padova, Scalfari, Napolitano, Bianca Berlinguer e persone che non lo conobbero, come Jovanotti.

(Emanuele Macaluso, a sorpresa)

Quando C’era Berlinguer è una pura operazione nostalgia, che nulla aggiunge o toglie alle già tante ricostruzioni storiche del personaggio di Berlinguer, ma che ha il merito di essere una operazione onesta, non agiografica e, in fin dei conti, se si è interessati un po’ alla politica e alla storia, godibile. L’apporto registico di Veltroni, infatti, si limita a qualche riferimento personale, dove la storia privata del regista-politico si fonde con la Grande Storia, e ad una metaforona marinaresca finale che ridefinisce i confini dell’aggettivo “Veltronismo”. Per il resto il film procede didattico e diligente come una puntata de La Storia Siamo Noi con gocce di saudade qua e là, come se il target dell’operazione fossero idealmente quei giovani ignoranti mostrati all’inizio del film e si volesse dimostrare loro che la politica, almeno un tempo, era anche una cosa onesta e bella. L’aspetto forse più interessante, in questo senso, di Quando C’era Berlinguer, è forse proprio lo spettro del senso di colpa che si aggira per il film, il senso di colpa dato dalla consapevolezza di Veltroni di aver tradito, lui e la sua generazione di sinistra, quel sogno che la carismatica figura di Berlinguer alimentava.  Certo, verrebbe da aggiungere, proprio di un sogno si trattava, in quanto, se ci si attiene ai fatti, la storia politica di Berlinguer è la storia di un fallimento, come il caso del Compromesso Storico e dell’Alternativa di Sinistra ricordano. Ma il suo innegabile carisma, la sua austerità, la sua insistenza sulla questione morale e il destino del suo partito negli anni successivi lo hanno reso, a posteriori, una figura quasi mitica e sacra. Detto ciò, passiamo in rassegna i vari personaggi che intervengono nel film: Bianca Berlinguer indossa una conturbante camicetta scollata; Napolitano e Scalfari mostrano con coraggio il loro pieno disfacimento fisico, con il primo in piena sovrapproduzione di saliva che ne riempie la bocca mentre parla come i vecchi all’ospizio e il secondo ormai sempre più simile ad una mummia del museo egizio; Claudio Signorile sembra ancora strafatto di bamba come ai tempi d’oro della milanodabere craxiana; Piero Ingrao (!!), ultracentenario, parla ma non si capisce cosa dice e, infine, Jovanotti si produce a sorpresa in quella che è la riflessione più intelligente di tutto il film: se infatti in Italia la parola “comunismo” non produce orrore e ripugnanza nelle nuove generazioni come accade, ormai, in quasi la maggior parte del mondo, il merito è tutto di Berlinguer e della sua forza gentile e onesta, umanamente e fisicamente inconciliabile con il totalitarismo staliniano. Bravo Jova, chi l’avrebbe mai detto.

Insomma, un film da vedere se siete dei 50-60-70enni di sinistra e avete voglia di commuovervi o se siete uno di quei ragazzi che, all’inizio del film, non sanno chi sia Berlinguer. Per tutti gli altri, al cinema in questo periodo c’è Capitan America, non scherziamo.

VOTO: 6.5   (Creutz)

Lo abbiamo visto. Sìssignori. In anticipo di qualche settimana rispetto all’uscita in Italia prevista per il 4 aprile, abbiamo visto Nymphomaniac , il film più chiacchierato, discusso, atteso, teasato, ricercato, trailerato, spoilerato, pompato , web-cliccato e via dicendo con tutti gli –ato che vi vengono in mente. Nymphomaniac di Lars von Trier, il film-evento del 2014, insomma, lo abbiamo visto. E da buoni pupazzi di questo nuovo, malato strumento di promozione dei film che si chiama “teaser-trailer”, l’attesa che avevamo era tanta, molta. Così, quando a sorpresa siamo entrati in possesso di una copia in ottima qualità di Nymphomaniac Vol.1 e Vol.2 grazie ad un sito pirata slovacco, è stata festa grande: eccitazione a palla e via, di corsa, ad organizzare una maratona notturna di 5 ore con altre vittime della tenaglia “teaser-trailer + porno” messa in piedi da von Trier. Lasciando perdere per un secondo l’hype creato dalla strategia di marketing del film, aggiungiamo che noi Sbandati siamo dei convinti sostenitori del regista danese e non facciamo assolutamente parte di quella muffosa maggioranza radical shit di critici cinematografici che odiano Lars solo perché non riescono a collocarlo. Anzi, proprio la capacità di von Trier di scherzare la critica cinematografica, la quale, ogni volta cade, puntualmente, nella trappola delle sue provocazioni, è uno degli aspetti che ce lo ha fatto amare ogni anno sempre di più. Se dunque l’attesa era molta, per intenderci, non era solo dovuta al nostro essere schiavi dell’hype e di Pornhub, ma anche dalla nostra convinta militanza nella curva dei tifosi di Lars e non in quella dei detrattori. Tuttavia, dopo la visione del film, è successo quello che non sarebbe dovuto succedere: l’ultimo film di von Trier è riuscito a dividere anche la nostra inesistente redazione. Così, da buoni seguaci di Tocqueville e del liberalismo ottocentesco, abbiamo deciso di scrivere una recensione a testa e pubblicarla sul blog, per poi lasciare a voi che ci leggete il compito di giudicare e schierarvi. Ora qualche battuta veloce sulla trama e poi, di seguito, i due pareri di Creutz e Steiner.

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(Stacy Martin e le proteine)

La trama del film è la seguente: un uomo anziano, Seligman (Skarsgard), trova il corpo martoriato di una donna in un vicolo di una strada. Dopo averla svegliata, decide di portarla in casa sua e curarla. La donna si riprende e, data l’empatia immediata che si è sviluppata con lo sconosciuto, decide di raccontargli la sua storia: si chiama Joe, ha quarant’ anni ed è una ninfomane. Comincia così una lunga notte di discussioni, con Seligman che interviene continuamente nel racconto di Joe, interpretando, grazie ai suoi studi severi, i fatti raccontati dalla donna attingendo qua e là dalla storia della filosofia occidentale.

CREUTZ:

Essere dei sostenitori di Lars von Trier, soprattutto negli ultimi anni, è un po’ come fare parte di un gruppo di persone imbarcate su un treno che, continuando ad aumentare velocità, sottopone i suoi passeggeri ad una tensione sempre più difficile da sostenere: succede dunque che più il treno va’ veloce, più ad ogni fermata gruppi di passeggeri scendono, lasciando sul mezzo solo i più fanatici. Per quanto mi riguarda, sono rimasto convintamente sul treno-Lars alla fermata Antichrist, ho resistito alla tentazione di scendere con Melancholia, ma oggi, alla fermata Nymphomaniac, lascio il treno, mi arrendo; seguire il regista anche in questa sua ultima avventura e, soprattutto, spremersi le meningi per trovare argomenti in sua difesa, sancirebbe la mia entrata nel gruppo dei tifosi oltranzisti che seguono ciecamente la loro squadra anche quando questa va in serie B o fallisce, e in questo gruppo io non ci voglio entrare, per motivi morali e intellettuali ma soprattutto perché già esiste un regista per cui faccio il tifo incondizionatamente ed è Roland Emmerich (ciao Lars). Detto ciò, ora giuro di tenermi lontano da una metafora per almeno un mese e vi dico, o almeno ci provo, perché Nymphomaniac non è tanto un film brutto, ma vecchio, tematicamente in ritardo e tutto fuorché innovativo, questo sì, lo è e senza il benché minimo dubbio. Diciamo subito che l’unico momento in cui, in qualche modo, von Trier ci fa saltare sulla sedia in preda all’entusiasmo, è nei primi 3 minuti, quando muovendo la camera come spettro tra i macilenti anfratti di una periferia urbana, il regista fa partire a sorpresa un violentissimo riff dei Rammstein: roba mai vista prima, forse inutile e furba, ma che ti asfalta e che fa venire di esclamare “Hell Yeah!” e di accendersi subito una Marlboro. Dopo questa hipsterata, tuttavia, sotto i piedi dello spettatore si spalanca il vuoto cinematografico. Nymphomaniac Vol.1 non è niente, è il nulla, nisma, nada, è lo zero cosmico; è un annoiato giochino intellettuale che sembra più interessato a prendere in giro lo spettatore medio- colto, alternando scene porno a riflessioni casuali su Fibonacci o Bach e attraverso inserimenti di superflui disegnini geometrici sulle immagini, piuttosto che a sviluppare una riflessione degna di questo nome sul sesso e il desiderio carnale. Sessualmente anche abbastanza contenuto, Nymphomaniac Vol. 1 a tutto assomiglia fuorché ad un film; ciò che forse ricorda più da vicino è uno scherzo artistico-cinematografico, qualcosa concepita solo per sfottere il pubblico. Noioso fino allo sfinimento, il primo capitolo del film più atteso dell’anno è una provocazione sterile, inutile e anche un po’ ingenua per la sicurezza con cui pensa di spiazzare, quando non spiazza proprio nessuno. Basta aver spulciato un paio di manuali di arte contemporanea alla Feltrinelli o più semplicemente aver guardato 3-4 video virali di qualche artistello su Vimeo, infatti, per rendersi conto che, quanto fatto da Lars, è vecchio di almeno 25 anni ed è fatto anche malino.

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(Charlotte viene frustata da  Jamie Bell/Billy Elliot)

La situazione, a sorpresa, cambia abbastanza nel capitolo successivo. Innanzitutto il film si asciuga, abbandonando quella frittata di registri e stili visivi che è il Vol. 1 (Dogma, iperrealismo, scritte in sovrimpressione, bianco e nero belatarriano), inoltre lentamente emerge la struttura “filosofica” dell’opera, dove Seligman e Joe rappresentano simbolicamente gli archetipi umani della razionalità e della scienza da una parte e l’istinto ferino in balia dei sensi dall’altra. Non di rado, infatti, i dialoghi tra i due decollano, regalando sprazzi di quella genialità punk-intellettuale che ha reso von Trier un gigante e che, soprattutto, sa ancora spiazzare e scioccare per la sua carica anarco-reazionaria ( i dialoghi sulla cancellazione della parola “negro” e sulla pedofilia sono, a mio parere, da manuale in questo senso). Non solo, nel Vol. 2 c’è una scena in particolare, quella con i niggaz, dove per un istante il film mostra quello che (forse) mai il cinema era riuscito a fare, ossia rendere il Porno una forma d’arte cinematografica. E il fatto che il film lo faccia in una sequenza potenzialmente xenofoba, lo rende, in un certo senso, ancora più forte e “nuovo”. Insomma, il geniaccio di von Trier questa volta si fa vedere qua e là, rendendo la visione del film quantomeno interessante e, a tratti, disturbante. Purtroppo, però, il livello non rimane alto tutto il tempo e, anzi, quando il film tenta di provocare di nuovo visivamente, purtroppo sfonda una porta girevole: tutto il capitolo che vede protagonista Jamie Bell, infatti, è un concentrato di banalità sia tematiche che visive di cui il cinema è ingolfato da più di 30 anni e che, di conseguenza, fanno sbadigliare assai. Allo stesso modo, e qui chiudo, il finale così frettoloso e “cattivo”, sembra concepito solo per far incazzare ancora di più i radical chic di cui si diceva sopra e non per portare a conclusione una riflessione che si era faticosamente messa in moto. Insomma Insomma, come ha detto il bravo Luca Malavasi su Cineforum Web, questa volta Lars von Trier arriva tardi, non rendendosi conto che il mondo che lui intende provocare è più avanti di lui. Peccato. Perché, come detto, nel Vol. 2 si intravedono le schegge di quello che potrebbe essere un cinema del futuro, dove sublime e spazzatura convivono, in pace.

VOTO: 5

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(Nymphosfatta)

STEINER:

Che Nymphomaniac fosse il film più atteso dell’anno non c’è il minimo dubbio. Da noi come dalla maggior parte della critica cinematografica mondiale e forse interstellare. Così come non c’è dubbio che LVT sia uno degli autori più amati da noi Sbandati. Certo, ne è passata di acqua sotto i ponti da Breaking the waves, ma l’affetto e l’ammirazione per il guastafeste danese è sempre rimasta intatta. Mi metto comodo con la mia copertina da ottantenne e mi appresto a seguire le 4 ore della versione (purtroppo) tagliata delle parti propriamente pornografiche che usciranno probabilmente solo nella versione in DVD o in tiratura limitatissima per qualche fortunata sala. Dopo la spettacolare introduzione sulle note di Fuhre Mich dei Rammstein, nella quale la ninfomane Joe viene raccolta per strada dal vecchio Seligman e portata a casa di quest’ultimo, inizia il film vero e proprio che prende spunto dal racconto della propria vita che la donna fa al buon samaritano interpretato da Skarsgard. Vorrei evitare la divisione in due capitoli del film perchè sarebbe troppo limitante e anche troppo facile tracciare un giudizio: troppo catchy, accattivante e priva di profondità la prima parte, così come drammaticamente più intensa la seconda. Stilisticamente LVT decide di abbandonare in parte le atmosfere sublimi e quasi preraffaellite degli ultimi due film per affidarsi ad un megamix stile Molella di tutto ciò che ha prodotto negli ultimi 20 anni: dal Dogma al manierismo più esasperato, passando per qualche giochetto caratteristico (vedi scena parcheggio). A livello di contenuti farcisce il flim di personaggi e tematiche senza dare quasi mai la giusta profondità ma lasciando parlare le immagini, puntando tutto sull’effetto “shock” che alcune sequenze dovrebbero avere su uno spettatore che si trova da subito abbastanza spaesato di fronte ad una narrazione divisa in capitoli che risulta comunque abbastanza confusa. C’è del marcio in Danimarca, ma questo marcio nasconde un suo valore. Ci vuole tempo e pazienza per riuscire a scartare il marcio presente in Nymphomaniac e a concentrarsi solo su ciò che può lasciarti un segno dentro dopo la visione dei film. Mi ci sono volute 3 visioni per riuscire a giungere a questa conclusione. Purtroppo il giudizio generale sul film non è entusiastico, nonostante mi sarebbe davvero piaciuto innalzare l’ultimo lavoro di LVT a mio nuovo film preferito. Il fatto è che Lars è furbo, molto furbo, e gioca per buona parte del film con lo spettatore come può fare il gatto con il topo ormai in trappola: dall’alto della sua sapienza butta esche (consentitemi la metafora peschereccia, usata anche da Seligman) alle quali lo spettatore più inesperto abbocca. In poche parole: FIGA, AMBIGUITA’, POMPINI, TETTE, NEGRI, PEDOFILIA, SADOMASO, VIOLENZA, TRADIMENTI, URLA, SCLERI, RISSE eccetera eccetera. Facile dire “che figata”, soprattutto se tutto questo viene presentato in una confezione arty e stilosa come solo LVT sa fare. Ed è questo saperci fare del regista che alla fine risulta decisivo. Perchè se molte parti si perdono in un autoreferenzialità inutile (il capitolo del treno e quello su Jerome capo ufficio su tutti), altri trovano nell’essere volutamente grotteschi o estremamente tragici la loro forza.

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(Christian Slater, padre di Joe, schiatta)

Nel Volume 1 il capitolo Delirium, che vede Joe alle prese con la morte del padre, richiama in qualche modo Antichrist e quella maniera sublime di raccontare le tragedie, con un bianco e nero bellissimo che rompe subito con la volgarità e la scabrosità dei capitoli precedenti. Il sesso, la morte, la malattia, sono temi trattati finalmente con un po’ di sensibilità da Von Trier, con un tocco più artistico. Così come accade in parte nel secondo Volume. La sequenza volutamente grottesca del rapporto coi 2 fratelli neri, il rapporto ai limiti dell’incestuoso con la “protetta” P e il lento deterioramento della complicità con Seligman, ottimamente costruiti, fanno da contraltare all’improbabile avventura nel mondo della criminalità di Joe, che culmina col tradimento di P (una conturbante Mia Goth) che si sostituisce lentamente a Joe in tutto e per tutto. Guardare Nymphomaniac è in ogni caso un’esperienza interessante, forse unica nel suo genere. Tralascio volutamente tutto il discorso relativo ai contenuti filosofici, psicanalitici e metaforici del film perchè a mio avviso non sono la cosa più importante. Ciò che conta è lo scossone che LVT vuole dare allo spettatore mettendolo davanti ad un insieme tanto vasto quanto sconclusionato di eventi, dialoghi e personaggi (con l’aggiunta di tanto tanto sesso esplicito), uniti da un sottile ma prezioso filo conduttore che dà un senso a tutta l’opera. Il finale, tanto crudo quanto scontato se si conosce un minimo il regista danese, fa tornare tutto al suo posto: se ci si è illusi per un attimo che Joe con la sua degenerazione da ninfomane, contrapposta al razionalismo benevolo di Saligman, potesse aver trovato una via d’uscita attraverso un confronto sincero e diretto con qualcuno che finalmente la ascolta senza giudicare, in un secondo siamo di nuovo trascinati nel marcio e nell’oscurità, caratterizzata da uno schermo nero, buio, nel quale la fine scorre veloce ed inesorabile così come deve essere. Un buio che caratterizza l’animo di ogni singolo personaggio di Nymphomaniac, nessuno escluso, e che ci lascia ancora una volta disarmati, senza speranza, senza un appiglio. 

Tirando le somme, Lars Von Trier con questo film fa molta confusione e probabilmente punta troppo in alto senza saper bene che strada prendere, o forse sa quale strada prendere ma semplicemente imbocca quella sbagliata. Un film che non mantiene le enormi promesse fatte nei mesi passati, ma che comunque, volente o nolente, farà discutere di sè e spaccherà pubblico e critica perchè al suo interno contiene dei momenti di grande cinema e di grande suggestione. Nymphomaniac è spazzatura e oro allo stesso tempo. Noi intanto aspettiamo con impazienza il dvd con le versioni uncut per vederci un po’ di sane scopate (seppur finte) con Shia LaBeouf, Charlotte Gainsbourg e Mia Goth (che amo, in modo sincero e puro). Ti voglio bene Lars, ma la prossima volta cerca di prenderci meno per il culo. Peace. 

VOTO: 6+

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"QUESTA E’ SPARTA!", non si può non iniziare con questa frase una recensione di 300, anche se si tratta de L’alba di un impero, il secondo capitolo della saga firmata Frank Miller, nel quale gli Spartani si vedono in realtà ben poco. Sotto i riflettori infatti stavolta c’è Atene, con Temistocle (Sullivan Stapleton) che non si può permettere di gridare in maniera sbruffona perchè Atene dopo nemmeno un’ora di film viene data alle fiamme e distrutta dalle forze persiane guidate da Artemisia (Eva Green). Siamo di fronte non ad un prequel, non ad un sequel ma bensì ad un midquel (che in pratica significa che la storia si svolge contemporaneamente rispetto all’altro film…più o meno) del film cult di Zack Snyder. Se il primo film raccontava la battaglia delle Termopili, L’alba di un impero ci mostra la battaglia di Salamina, nella quale i Greci sconfissero la flotta di Serse. 

(soldati)

Ripassino di storia? Più concisi di un Bignami: a Maratona Greci e Persiani si scontrano e Temistocle lanciando una freccia da 800 mila metri di distanza riesce a centrare il re dei Persiani Dario e ad ucciderlo. Suo figlio Serse giura vendetta, istigato dalla regina sua alleata Artemisia, che lo usa un po’ tipo pupazzo per raggiungere i suoi scopi. Dieci anni dopo è di nuovo guerra: Sparta si tira indietro e nega le navi ad Atene, che resta sola in mare aperto ad affrontare la flotta persiana. Inizialmente va bene, poi va male. Nel frattempo il nostro caro Leonida coi suoi 300 eroi tira le cuoia. Artemisia prova ad offrire un patto a Temistocle che rifiuta in nome della libertà e della democrazia e di tutte queste belle cose. Il risultato è che Atene viene distrutta, le donne stuprate, il sangue scorre a fiumi e i Persiani sembrano ormai aver messo all’angolo i Greci. Ma nulla è perduto: nella battaglia navale decisiva gli Spartani arriveranno a sorpresa e salveranno le chiappe a Temistocle e agli altri Greci, sconfiggendo la flotta di Artemisia (che verrà uccisa, trafitta dalla spada di Temistocle). Grande vittoria per i ragazzi di Otto Rehhagel. 

(Temistocle si tromba Artemisia, vera scena cult del film)

Zack Snyder si tira indietro, limitandosi alla sceneggiatura (basata su un soggetto scritto ad hoc da Miller), lasciando la regia all’improbabile regista israeliano (!!!) Noam Murro, che nonostante abbia al suo attivo solo una commediola hipsteroide se la cava più che degnamente in mezzo a squartamenti e affini. Cosa si può dire di questo 300… Battaglie e violenza ne abbiamo? Si. Uomini nudi e muscolosi ne abbiamo? Si. Monologhi epici che lo fanno venire duro a quelli di Alba Dorata ne abbiamo? Si (e quando esce la parola “burocrati” è subito applauso). La forza d’impatto visiva del primo film, con colori e luci milleriane, è presente? Si. In più stavolta c’è anche quella figa di Eva Green che ci mostra le tette con tanto di piercing ai capezzoli. Mi sembra che ci sia tutto quel che serve per promuovere il film, che non chiede altro che essere preso per quello che è, ovvero un bel giocattolo che nelle mani di Zack Snyder e Frank Miller riesce a rendersi divertente e a suscitare piccoli momenti di entusiasmo tra i fanatici del primo capitolo. Certo, Salamina non ha l’epicità del sacrificio di Leonida e dei suoi uomini, il significato simbolico è minore e lo stesso Temistocle non ha quella forza trascinatrice che aveva Gerard Butler, ma comunque ci siamo. Un film quasi impossibile da sbagliare, perchè da sbagliare non c’era nulla. Va bene così. Forza Grecia. 

VOTO: 6+               (Steiner)

Eccoci di fronte ad uno dei film più interessanti dell’anno o per lo meno al miglior esordio alla regia degli ultimi tempi. Già, perchè Fruitvale Station, primo lungometraggio del ventottenne californiano Ryan Coogler, è una vera sorpresa. D’altra parte se vinci il Grand Premio della giuria al Sundance e un premio a Cannes (Best First Film) qualcosa vorrà pur dire. Il film racconta le ultime ore di Oscar Grant, ragazzo nero di 22 anni ucciso dalla polizia ad Oakland nella notte del capodanno 2009. Fermato dopo una baruffa su un treno con altri ragazzi, Oscar viene colpito da un colpo di pistola a bruciapelo sparato da un agente, mentre era ormai a terra ammanettato. Un delitto assurdo che scatenò forti proteste ad Oakland, con qualche accenno di riot per le strade. L’omicida in divisa se la cavò con 11 mesi di carcere. Oscar lasciò una figlia di 5 anni, Tatiana. 

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(Oscar Juliuss Grant III con la figlia Tatiana)

Ryan Coogler, concittadino di Grant, racconta nel film l’ultimo giorno di vita del ragazzo ucciso. Schermo nero, uno scambio di battute nel quale Oscar dice alla compagna di voler smettere di spacciare erba e poi subito le immagini reali, riprese da un cellulare, di ciò che accadde alle 2:15 del primo gennaio 2009 presso la stazione ferroviaria di Fruitvale. Un pugno allo stomaco che si dissolve con il rumore di un treno che passa. Oscar (un perfetto MIchael B. Jordan) vive con la compagna Sophine (Melonie Diaz) e la figlia Tatiana. I rapporti di Oscar con Soph si sono raffreddati dopo che è stata scoperta una sua scappatella con un’altra, ma la coppia è intenzionata a proseguire la loro storia. La situazione è delicata, anche se non drammatica: il ragazzo ha perso il lavoro in un supermercato e arrotonda vendendo erba. E’ già stato in carcere ma vuole dare una svolta alla sua vita e iniziare a “rigare dritto”: la scena nella quale Oscar si disfa di un sacchetto d’erba gettandolo in mare è pensata e girata apposta per presentarci una persona che non è un santo ma che è un padre amorevole e un figlio premuroso (il rapporto con la madre, Octavia Spencer, brava come sempre, è molto profondo).

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(Michael B. Jordan e Melonie Diaz)

Insomma, Coogler fa di tutto per farci prendere a cuore la storia di Oscar, riuscendo nell’intento dichiarato di farci indignare per la sua assurda morte. La sequenza dell’omicidio, dove l’adrenalina è a mille e si mette in evidenza la totale incapacità degli agenti di polizia nel gestire una situazione semplice, è dominata dall’imponente figura di Kevin Durand, che guarda caso fa il poliziotto figlio di puttana (anche se a sparare sarà un altro) rigorosamente BIANCO. Che il tema della discriminazione razziale sia sempre lì nascosto e pronto ad esser tirato fuori quando serve è l’impressione che Coogler dà allo spettatore, ma più che discriminazione si avverte la presenza di una realtà spaccata tra il mondo black e quello dei bianchi. Due mondi diversi che quando si incontrano generano sempre situazioni estreme, sia nel male (il “nemico” di Oscar è un ex compagno di galera bianco, i poliziotti sono bianchi) che nel bene (la conversazione amichevole e quasi surreale vista la differenza di “classe” con il marito della donna incinta che Oscar aiuta). 

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(You can’t fuck with Kevin Durand)

Ryan Coogler dirige ottimamente il film, avendo il pregio di non fermarsi solo alla pura narrazione dei fatti ma mostrandoci (forse con un occhio un po’ troppo di parte a volte) i paesaggi della sua città, Oakland, sublime sia negli scorci più street che in quelli da cartolina, e la realtà della sua comunità. A mio avviso non siamo davanti ad un film di denuncia nè ad un film di propaganda, ma davanti ad un film sull’America, sulle sue contraddizioni e sulle lezioni che non vuole mai imparare. La storia di Oscar Grant fa, certo, indignare e riflettere, ma la cosa drammatica è la consapevolezza da parte dello spettatore (ma anche dell’autore del film) che questo è un episodio che sarà destinato a ripetersi. Perchè così è l’America, prendere o lasciare. Fruitvale Station è quindi un film che più che farti incazzare ti lascia l’amaro in bocca (anche se la voglia di scrivere ACAB ovunque appena usciti dal cinema è grande), ma a volte ingoiare una pillola amara di realtà fa bene. 

VOTO: 7            (Steiner)

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IDA

Se siete degli intellettuali con una laurea umanistica in tasca andate a vedere questo film. Anche perché al momento la programmazione nelle sale non propone nulla di meglio.  Ida, del regista Pawel Pawlikowski, ambientato sotto il più tetro comunismo polacco degli anni ’60 e con al centro temi come l’ebraismo e il cristianesimo sullo sfondo dei danni collaterali causati dal Seconda guerra mondiale, è infatti un film che, in ogni singolo fotogramma, secerne le parole “cineforum” e “dibattito” proprio come Her di Spike Jonze secerne pus hipster. Insomma, l’occasione per passare un sabato sera a discutere di antisemitismo, Polonia, stalinismo, ebraismo e, in generale, del ‘900 e delle sue tragedie, è presto servita: andate a vedere Ida.

(….)

La storia (sullo sfondo della grande Storia): Anna è una giovane ragazza, orfana, cresciuta tra le suore e che sta per prendere i voti. La Madre Superiora, tuttavia, prima che la ragazza faccia il grande passo, la invita ad andare a conoscere la zia, unica parente ancora in vita, affinché le riveli una importante verità. Anna si reca dalla zia, viziosa e scostumata procuratrice del partito, e viene a scoprire di essere ebrea. Nonostante le enormi differenze di carattere, tra le due nascerà un’intesa, forse un’amicizia, e decideranno di mettersi sulle tracce dei genitori scomparsi di Anna: scopriranno una verità orrenda, che getta luce su certi eventi accaduti in Polonia durante la guerra che non sono noti a tutti.

(la zia di Anna e Anna aka l’ebraismo, il comunismo, il cattolicesimo in Polonia, tutto in una foto)

Vincitore del London Film Festival e girato da un navigato regista da Festival come Pawlikowski ( suoi i “famosi” e internazionali My Summer of Love con Emily Blunt e La Femme du Veme con Ethan Hawke), Ida è un film che vuole, letteralmente, scavare negli angoli bui della storia della Polonia, cercando di riflettere sul concetto di identità culturale di una persona pedina della grande Storia (Anna è ebrea o cattolica?  Come si rapportano etnia e educazione?).  E lo fa bene: come non vedere, infatti, nella protagonista, innocente e ingenuamente cattolica, una allegoria dell’intero paese polacco, che cerca di nascondersi dietro il dito del “buon” Cattolicesimo per non guardare al suo passato? Pawlikowski allora prende per mano la cattolica Anna e, attraverso la sua ricerca dei genitori scomparsi durante la guerra, le mostra anche le altre facce della Polonia novecentesca:  quella comunista dei processi sommari ma soprattutto quella dell’antisemitismo popolare, viscerale, inscritto nella cultura polacca e diverso da quello “industriale” e di stato dei nazisti. Ed è solo dopo questo viaggio a ritroso nel suo passato e nella storia recente del suo paese che Anna potrà allora decidere se prendere i voti. Li prenderà?  Tutto ciò, e non è poco, riesce a stare dentro un film che dura poco più di un’ora e che, a questo impianto storico, aggiunge anche pennellate umane delicate e toccanti, soprattutto nel bel rapporto, tutto al femminile, tra Anna e la zia, così diverse ma così complementari ed empatiche. Unica nota quasi stonata: la fotografia in bianco e nero, così forzatamente autoriale e perfetta (siamo in zona Il Cavallo di Torino di Bela Tarr, per intenderci), rischia più di una volta di scadere nel formalismo.

Detto ciò, se avete voglia di tutto ciò, andate a vederlo e uscirete dal cinema davvero satolli e pronti per un bel dibattito con i vostri amici umanisti. Chiaramente se avete voglia di intrattenimento o di disinnescare il cervello dopo una settimana faticosa, tenetevi alla larga.

VOTO: 7    (Creutz) 

Reasonable Doubt è il nuovo film di Peter Howitt. “Chi è Peter Howitt?” direte voi. In effetti la domanda è più che lecita, vi rispondo subito: Peter Howitt è uno che ha debuttato dietro la macchina da presa nel 1998 con Sliding Doors. Non male eh? No, non male. Film gradevole di megasuccesso. Cos’ha fatto dopo Peter Howitt? Ha fatto un film con Mr. Bean che faceva il verso a 007, un film che si chiama Matrimonio in appello e altre due pellicole inutili. “Sticazzi!” direte voi, stigrancazzi replico io. 

(in quanto a stile Peter Howitt da della gran merda a tutti)

Insomma, il nostro eroe nel suo ultimo film si è lanciato in quello che mi verrebbe naturale chiamare legal-thriller, con Dominic Cooper che interpreta Mitch Brockden (uno dei nomi più cacofonici della storia del cinema), un giovane assistente procuratore che una sera si sbronza con gli amici e mentre torna a casa investe un tizio e scappa lasciandolo agonizzante per strada (dopo aver chiamato i soccorsi camuffando la voce in malo modo). Mitch va in paranoia perchè il tizio muore, ma subito per il delitto viene arrestato stranamente un negro, Clinton Davis (Samuel L. Jackson), trovato col cadavere dell’investito nel bagagliaio del suo furgoncino. Davis dice che stava portando il ferito in ospedale. Non gli crede nessuno. Mitch siccome è un brav’uomo si sente terribilmente in colpa e cerca di scagionare Davis, mettendosi così in pericolo in prima persona. Fin qui il film potrebbe anche reggere, seppur non si discosti molto da quei thriller annacquati per pensionate che vanno in onda in prima serata su Rai 2. 

(immagine suggestiva dal film)

Ma perchè non inserire nella storia il fratellastro drogato di Mitch appena uscito dalla comunità? Ma sì, vai, buttiamolo dentro. Così compare questo personaggio interpretato da Ryan Robbins che durante il processo si assume le responsabilità del fratello, salvando in un colpo solo sia Mitch che Davis. Ma attenzione perchè qui lo sceneggiatore Peter Dowling ha il colpo di genio: dopo che Mitch si è sbattuto per far scagionare Clinton Davis, scopre che in realtà è un serial killer! E a questo punto l’assistente procuratore (oltre a sentirsi terribilmente stupido) inizia a temere per la propria vita e per quella della sua famiglia. 

(legal-thriller)

Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare un thriller ci vuole una buona sceneggiatura, soprattutto per un thriller ambientato tra aule di tribunale, avvocati eccetera. Se la storia è forte e regge, a meno che tu non sia un incapace, un film per lo meno guardabile riesci a tirarlo fuori. Peter Howitt, che nonostante la pettinatura è un mestierante di Hollywood come ce ne sono tanti, ha la sfortuna di incappare in una delle sceneggiature più insensate e contorte degli ultimi 50 anni e con questa cerca di far quel che può (ovvero non molto) per portare in porto la nave. Il risultato è un film che chiede disperatamente aiuto ai due attori protagonisti, Cooper e Jackson, che non fanno granchè per togliere dalle sabbie mobili il film di Howitt. Dominic Cooper in realtà si sbatte un sacco: corre, fa le facce, si prende delle botte, si arrampica…però ha il difetto di essere Dominic Cooper. Reasonable Doubt è un film di qualità bassa, ma bassa sul serio. E’ uno di quei film che quando arrivi nel multisala e guardi la programmazione dici “ah, poi c’è quello lì con Samuel L. Jackson" e lo scarti subito. In ogni caso vi invito ad osservare attentamente il gessato di Peter Howitt nella foto postata sopra. Che stile, ragazzi.

VOTO: 4              (Steiner)

Fresco fresco dell’ Oscar alla miglior sceneggiatura originale e degli applausi raccimolati un po’ ovunque in giro per il mondo, ecco arrivare finalmente anche in Italia Her – Lei, l’ultimo film di quel furbastro di Spike Jonze.  Geniale direttore di videoclip, da quando nel 1999 passò al cinema con il cult Essere John Malkovich, Spike Jonze è diventato il re del cinema hipster. Non è questa la sede per cercare di dare una definizione precisa del termine hipster (non è facile, in effetti), ma prendete un vostro amico/a che più o meno rientra in quella nebulosa di finto alternativismo, di gusti estetici che vanno dalla barba ebreo style ai pantaloni attillatissimi, di fighismo letterario/artistico e via dicendo, quella nebulosa insomma che vi viene in mente quando si usa il termine hipster, ecco quel vostro amico interrogatelo su Spike Jonze e vedrete che ve ne parlerà con toni entusiastici. Spike Jonze piace agli hipster, pochi cazzi. Non che questo sia per forza  un aspetto negativo, anzi, tuttavia come tutto nell’universo-hipster, il cinema di Spike Jonze è un cinema che predilige l’esteriorità, lo spunto geniale, la forma a dispetto dell’approfondimento e della riflessione, cinema che pur di strizzare l’occhio al tipo di pubblico sopra delineato, cerca ad ogni costo di parlare dell’oggi, anche al costo di non dire nulla. E questo è un po’ il succo di questo suo ultimo lavoro, con annessi pro e contro.

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(Spike Jonze, hipster)

La storia è risaputa. In un futuro non molto lontano, dove regna la pace economico-sociale e dove la tecnologia ha invaso il privato in un ideale proiezione delle mode dei nostri giorni, Theodore (Phoenix) è un uomo solo, con alle spalle un matrimonio fallito e che non riesce più a provare emozioni/stimoli nella vita. Incuriosito da una pubblicità, decide di comprare un nuovo sistema operativo parlante, progettato per interagire con gli umani durante la giornata. La particolarità di questo nuovo software è, però, quella di essere un intelligenza artificiale in grado di evolversi, di provare “emozioni” e di godere di una sorta di libero arbitrio. Theodore lo imposta come personalità femminile e, chiaramente, se ne innamorerà.  Her – Lei è la storia d’amore tra Theodore e questa macchina/voce.

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(theodore e il computer)

Come dicevamo sopra, un ribollire di sensazioni positive e negative accompagnano la visione di questo film. Partendo dalle prime, non si può non riconoscere a Jonze la volontà di affrontare in modo coraggioso e avanguardistico un tema enorme e complesso come la mutazione che sta avvenendo nella vita quotidiana dell’uomo occidentale, sempre più schiavo della tecnologia digitale e eternamente connesso con dei software che ne condizionano, ob torto collo, gli stati d’animo. E gli va riconosciuto, oltretutto, di affrontare questo tema non in termini reazionari e catastrofisti come nel caso del recente Disconnect ( dove internet = peste contemporanea). C’è, infatti, da parte di Jonze una innegabile capacità visiva di far immedesimare lo spettatore con il Tema di cui tratta il film: in altre parole, guardando Her, magari da soli di fronte al computer, ci si sente in più di un occasione allo specchio, come se il film fosse quasi una di quelle installazioni di arte contemporanea in cui lo spettatore fa parte dell’opera stessa (Her  è, infatti, forse il primo caso della storia di un film che andrebbe visto al pc e non al cinema). A questo notevole impianto di partenza, inoltre, bisogna aggiungere l’innegabile bellezza ed eleganza della scenografia, che costruisce un futuro dove geometria e pulizia (e gli hipster) hanno placidamente preso il controllo della società.  Se dunque a livello di soggetto/idea brillante e di regia il film è solido come una roccia, dove comincia a sbriciolarsi è però nella evoluzione tematica: Jonze vorrebbe, dichiaratamente, parlare del rapporto tra umano e macchina; ma il suo film, man mano che avanza, non ne parla affatto. Anzi, parla d’altro. La storia d’amore tra Theodore (un Phoenix comunque superlativo) e il computer (con voce di Scarlett Johansson), infatti, è una normalissima storia d’amore tra due esseri umani, con bisticci, gelosie, ripicche, slanci d’affetto, dolori e incomprensioni. Questo perché Jonze, proprio come nel suo cortometraggio I’m Here (che costituisce un vero e proprio prodromo di questo film e di cui consigliamo la visione) non è in grado di articolare una riflessione intellettuale sui temi che sceglie di affrontare. In Her non viene portato avanti nessun discorso, attraverso i dialoghi o le scelte visive, circa il rapporto tra uomo e tecnologia, ma ci si rifugia in un facile sentimentalismo, a tratti toccante e coinvolgente certo, ma assolutamente scollegato da quella che era la mission dichiarata del film. La stessa scelta di far parlare Scarlett Johansson nella parte del computer, per dire, rientra tra le tante falle che, a livello tematico, ha questo film: impossibile, infatti, sentendo parlare Scarlett, non immaginarsi proprio Lei, l’attrice gnocca e non una macchina, far innamorare Theodore. Questo, però, vanifica, in principio, la possibilità di entrare in empatia con l’idea di nutrire dei sentimenti verso un computer. Insomma, Her – Lei risulta essere, alla fine, un film fuori fuoco, certo affascinante e importante, ma assolutamente non risolto a livello tematico. Nel suo piccolo, la serie Black Mirror era riuscita molto meglio da questo punto di vista.  

Ad ogni modo, lunga vita agli hipster.

VOTO: 6.5   (Creutz)

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glisbandati:

21 Maggio 2013. Questo è il giorno de “La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino. Presentato in concorso a Cannes e uscito contemporaneamente nei cinema, la sesta fatica dell’autore napoletano raccoglieva intorno a sè molte speranze: quelle dei critici e degli addetti ai lavori che puntavano su…

Ve la riproponiamo…non si sa mai…