GLI SBANDATI - Cinema, tv e spettacolo

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Recensioni, novità e classifiche dal mondo del piccolo e grande schermo. Un angolo dedicato a tutto ciò che riguarda cinema e video, trattato in modo poco convenzionale.
A cura di Steiner e Creutz, due giovani laureati di bell'aspetto.

Si è da poco concluso il Festival del cinema di Venezia e mentre Roy Andersson trionfava con il suo piccione intellettuale e pensatore arrivava nelle sale un film che il piccione lo prende e se lo mangia arrosto. Stiamo ovviamente parlando del terzo capitolo degli Expendables aka Mercenari, saga ormai sulla strada del cult nata dalla muscolosa mente di Silvestro Stallone. Se nel 2010 il primo film dei mercenari scatenò entusiasmo per il modo in cui Sly era riuscito a riunire i grandi tough guys del cinema action ormai invecchiati, il secondo capitolo (del 2012, diretto da Simon West e non più da Stallone) era stata una clamorosa conferma, con un Van Damme pazzesco nel ruolo di villain e i cali di tensione ridotti al minimo. Ovvio che il terzo film rappresentava già da sè una scommessa per Stallone che per dare una rinfrescata alla serie decide di allargare a dismisura il cast inserendo qualche giovane leva (Ortiz, Lutz, Powell, Rousey) e un poker di vecchi di lusso (Gibson, Banderas, Ford, Snipes) per compensare la perdita di Bruce Willis e Chuck Norris. La regia passa nelle mani di un pivello come Patrick Hughes (Red Hill). 

(foto di gruppo)

Quali incredibili avventure affronterà la cazzuta banda di soldati questa volta? Dopo l’ormai classico intro caciarone (i nostri che assaltano in elicottero un treno blindato per liberare Wesley Snipes) si arriva al punto: Stonebanks (Mel Gibson), ex mercenario passato dalla parte dei cattivi, si è trasformato in un temibile e spietato trafficante d’armi, con un piccolo esercito privato al suo servizio. L’ex mercenario sta trattando un carico di bombe ultrapotenti e la banda di Barney Ross, incaricata da Drummer (Harrison Ford, che prende in pratica il posto di Bruce Willis), dovrà far di tutto per fermarlo. Il primo scontro tra gli Expendables e Stonebanks non è fortunato per i nostri: Caesar (Crews) si prende 2 pallottole e finisce in fin di vita. Ross si farà un esame di coscienza e deciderà di cambiare team, mandando in pensione i compagni di una vita. Parte così alla ricerca di carne fresca, finendo col mettere insieme una nuova squadra di mercenari, più giovani e più vivaci. Detto fatto i 4 giovani vengono rapiti dopo 10 minuti di missione da Stonebanks e Ross si troverà a doversi riaffidare ai suoi vecchi amici. Segue megabattaglia finale di 40 minuti. Stop.

(action)

Chiariamo subito due veloci punti: è riuscito Patrick Hughes a mantenere viva la serie dei Mercenari? Si. E’ questo nuovo capitolo all’altezza dei suoi predecessori? No. 

Queste sono le premesse da cui possiamo partire per analizzare un po’ Expendables 3, che si presenta subito come  qualcosa di “esagerato”, aggiungendo al cast base addirittura 8 nuove facce. Tutte queste new entries però anzichè risultare un’arma in più per il film finiscono per limitare in maniera netta la potenza dei vari personaggi, che spesso si riducono a comparsate (Jet Li desaparecido, Terry Crews ridotto a letto in ospedale per 3/4 di film, Couture e Lundgren che reclamano spazio inutilmente). Aggiungeteci il fatto che le nuove star non si avvicinano nemmeno lontanamente a quanto fatto nel da Van Damme e Chuck Norris…restano solo la bella presenza di Ronda Rousey e le facce buffe di Mel Gibson. Ciò che appare subito evidente è come Hughes voglia rendere i suoi Mercenari più simpatici tra un esplosione all’altra, mettendo continuamente in bocca a Stallone battute cazzare e costruendo addirittura due personaggi da commedia, il Doc psico-scemo interpretato da Wesley Snipes e il terribile pagliaccio spagnolo Galgo (Banderas) che non avrebbe sfigurato se avesse detto “inzupposo”. A proposito:

Il film d’altra parte è per la prima volta davvero Stallonecentrico: tutto passa per le mani di Sly, che guarda tutti dall’alto e mette in ombra le altre star, rendendo praticamente ininfluente l’apporto di Schwarzenegger e Harrison Ford. L’azione è padrona del film come sempre, con Hughes che crea situazioni da vera e propria guerra. La battaglia finale si svolge in una location che potrebbe tranquillamente essere quella di un Full Metal Jacket per intenderci (d’altra parte i Mercenari si scontrano con l’esercito armeno..), con carri armati, missili ed elicotteri a go go. Il film diverte e non ha momenti di stanca ma si inizia a sentire odore di bruciato, come se la formula magica inventata da Stallone stia iniziando piano piano a perdere la sua forza, non avendo trovato linfa vitale nel ringiovanimento del cast. L’idea buona per un rilancio inoltre è stata scippata a Sly da quei furboni dell’Asylum, che hanno già prodotto Mercenaries, un Expendables tutto al femminile (con Zoe Bell, Brigitte Nielsen e Vivica A. Fox, mica noccioline), ennesimo instant cult classic della casa di produzione americana. L’impressione è che si sia giunti ai titoli di coda, tenendo anche conto che Schwarzy ha già firmato per una nuova trilogia di Terminator, Statham è impegnato con Fast & Furious e Mechanic 2 e difficilmente il giochino potrà essere replicato con successo. Insomma, vedremo cosa combinerà Stallone. Ciò che nel frattempo possiamo constatare è che i Mercenari sono vivi, anche se molto, molto stanchi. 

VOTO: 6         (Steiner)

Dopo la bellissima esperienza a Concorto, Gli Sbandati tornano a surfare sulle onde delle anteprime cinematografiche e cominciano con un’ineditone di lusso: The Rover di David Michod, western apocalittico con Guy Pearce e Robert Pattinson, presentato quest’anno fuori concorso a Cannes. Cominciamo dal regista: chi è David Michod? Dunque, Michod è un regista australiano che si fece notare nel 2010 con Animal Kingdom, violenza- movie ambientato a Melbourne con famiglia di criminalotti al centro della trama, film che fece abbastanza parlare di sé e che scomodò paragoni alla fine un po’ cazzari tipo “ è nato il Martin Scorsese australiano!”. Film ruvido, a tratti originale nella descrizione della “normale” vita da criminali di una middle class family australiana, Animal Kingdom si perdeva col passare dei minuti, calando nel ritmo e istituzionalizzandosi nel plot,  diventando l’ennesimo violento poliziesco moderno che si va a confondere con 1000 altri nella memoria. Ad ogni modo, quel film valse al buon Michod un occhio di riguardo dalla critica e così la sua seconda fatica The Rover è finita addirittura a Cannes. Cosa si è inventato per quello che, parafrasando Caparezza, nella carriera di un regista è sempre il film più difficile?

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( la premiere di The Rover a Cannes)

Allora The Rover è ambientato nel bel mezzo del deserto australiano, 10 anni dopo che un misterioso “collasso” ha reso l’Australia  una landa dove regna la violenza e la legge del più forte. Qui facciamo la conoscenza di un barbuto Guy Pearce che, vedendo la propria auto rubata da 3 balordi, si lancia all’ inseguimento attraverso il deserto. Fallita la prima rincorsa, continuerà caparbiamente a cercare di raggiungere i tre nuovi inquilini della sua auto. Durante la ricerca, farà la conoscenza di Robert Pattinson, ragazzo semi-ritardato e soprattutto fratello abbandonato di uno dei ladri. I due diventeranno un duo.

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( Guy Pearce da solo nel deserto australiano)

Dunque, il problema di questo The Rover è che assomiglia troppo clamorosamente ad un film di John Hillcoat. Chi cazzo è John Hillcoat direte voi. Ok, avete ragione. John Hillcoat è il regista ( sempre australiano) di The Road, il film post-apocalittico con Viggo Mortensen tratto dal romanzo di Cormac McCarthy, e de La Proposta, western non post-apocalittico ma quasi, tutto tramonti, mutismo e violenza al ralenti nel mezzo del deserto australiano. Insomma, il cinema di John Hillcoat potrebbe essere riassunto nelle parole chiave “deserto”, “scenario post-apocalittico” e “violenza”. Infine, particolare non da poco: in tutti i film di John Hillcoat c’è Guy Pearce. Ecco, se facciamo due conti insieme, in questo The Rover  di David Michod, quanti elementi del cinema di Hillcoat ci sono? C’è il deserto, c’è stata l’apocalisse, c’è la violenza e, rullo di tamburi, c’è Guy Pearce.  Insomma, questo nuovo film di Michod è un film di Hillcoat. Ora sapete qual è il problema? I film di Hillcoat fanno cagare! Pomposi, magniloquenti, patinati, sempre alla ricerca di una non ben chiara via poetica alla violenza e senza una goccia d’ironia. Ecco, forse Michod ha una delicatezza maggiore di quel buzzurro di Hillcoat, la violenza nel suo film è più trattenuta, in un paio di momenti la riflessione sull’importanza morale dell’esistenza di uno Stato ( e quindi di qualcuno che ti persegue se commetti un reato) si innesca e funziona, ma, nel complesso, prevale la sensazione di essere di fronte ad un carrozzone ambizioso ma goffo, un film che vorrebbe essere  una lirica e spietata indagine sul bisogno della morale nell’animo umano, ma che risulta solo patinato e boriosetto. Ma soprattutto, è un film non personale, dove Michod cerca di emulare il cugino grande Hillcoat. Peccato, anche perché Animal Kingdom  aveva un suo perché e un taglio, diciamo, se non originale, almeno personale. Qui siamo invece di fronte ad una fotocopia dei film già abbastanza ignorabili di Hillcoat.

 Resta da chiarire il mistero della fascinazione degli australiani per l’apocalisse: Hillcoat, come abbiamo visto, sforna solo apocalissi nel deserto ( e magari fossero apocalissi herzoghiane); negli anni ’80 Mad Max inventò quasi il genere del film ambientato  in un futuro distopico e post apocalittico nel deserto; ora ci si mette anche Michod, con un ennesimo western post conflitto termonucleare globale, nel deserto. Chissà perché, questa fissazione per l’apocalisse. Giusto qualche giorno fa usciva una pseudo inchiesta dell’Economist in cui si stilava la classifica dei migliori paesi al mondo in cui ad un bambino conviene nascere: indovinate un po’ chi c’era al primo posto? L’Australia. Cioè, l’Economist dice che sei il miglior paese in cui nascere del mondo e voi volete l’apocalisse? Ma andate a lavurà.

VOTO:  5.5      ( Creutz)

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Per Gli Sbandati il day 7 di Concorto è una giornata campale: la notte precedente, infatti, già caratterizzata da febbre, raffreddore e improvvisi sbalzi termici, si era conclusa con Creutz e l’a.d. di Concorto Francesco Barbieri che completamente intossicati di Bario parlavano di scie chimiche e rettiliani in uno sperduto casolare sui colli piacentini. Insomma, non proprio il modo migliore per curare la febbre bardinsoniana. Dormite 3 ore circa, poi,  Gli Sbandati sono stati gentilmente riportati a valle da Sara Rinaldi, una delle menti del festival nonostante i capelli biondi, per cominciare una lunghissima lotta di 20 ore contro gli ultimi sintomi della febbre e soprattutto contro il sonno.

( bestie tropicali nella villa dell’ a.d. Francesco Barbieri)

In preda ad uno stato mentale tra l’uranico e lo psichedelico, la giornata ci scorre addosso cosmica, facendoci incontrare nuovamente con Daniele Ciprì, appena arrivato da Venezia, che ci parla di Xavier Dolan e soprattutto di Stay – Nel Labirinto della Mente, film con Ewan MacGregor che non abbiamo visto, confidandoci di averlo suggerito a Renato De Maria per L’Amore Osceno. Dopo Ciprì, la giornata volge al termine e ci porta alla Festa dell’Unità di Pontenure, dove ceniamo mangiando i tortelli alla zucca del Pd, dove rischiamo di addormentarci più volte e dove, con uno sussulto cerebrale, riflettiamo sul fatto che l’unica cosa di sinistra che ha fatto Matteo Renzi in tutta la sua vita è ri-trasformare in Festa dell’Unità le lettiane Feste della Libertà. Non sapendo che conclusioni trarre da questa considerazione, smettiamo di pensarci e ci dedichiamo al vino, unico propellente rimastoci per non spegnerci del tutto.

( il CEO Bardoni, Daniele Ciprì e l’a.d. Barbieri)

In questo stato sospeso di non-sonno, tentiamo di vedere i cortometraggi e, non senza qualche difficoltà, ce la facciamo. Queste  le nostre opinioni sull’ultima tranche di cortometraggi prima che oggi venga assegnato il premio.

BAHAR IN WUNDERLAND:   bimba curda che sta scappando dalla Siria verso la Germania, pensa di poter diventare invisibile chiudendo gli occhi.

Girato in una confezione un po’ patinata, il corto iraniano-tedesco di apertura è, a nostro parere, una sola: retorico e telefonatissimo dramma sull’immigrazione con innesto dolce-fiabesco ( la bimba che pensa di sfuggire al mondo chiudendo gli occhi), Bahar è un un concentrato di banalità e ovvietà che potrebbe piacere giusto alla Boldrini. Nein! VOTO: 5

SCHNICK, SCHNACK, SCHNUCK: sotto una trafficata strada urbana ripresa dall’alto, avviene una esecuzione.

Chicca sperimentale che colloca l’azione principale, il soggetto, gli attori e la trama ( etc. etc.) in un angolino dello schermo, de-spettacolarizzando una scena pulp che potrebbe uscire da Le Iene di Tarantino. Farà andare in brodo di giuggiole gli apprendisti registi del centro sperimentale, mentre lascerà indifferente il resto del pubblico. Noi non siamo apprendisti registi ma siamo dei nerd, quindi lo appoggiamo : VOTO 7

A PASSO D’UOMO: Genova. A causa della chiusura dell’Ilva, un padre si ritrova praticamente per strada, con un figlio a cui comprare delle scarpe da calcio. La soluzione potrebbe essere attaccarsi, letteralmente, alla canna del gas.

Dramma sociale che non aggiunge molto di nuovo al genere “corto sulla crisi economica”, dove la triangolazione tra eventi pubblici, il bisogno di mantenere in piedi un’apparente normalità agli occhi della famiglia e il cupio dissolvi interiore vengono gestiti in modo diligente, benché derivativo. Belli, invece, gli squarci di una Genova inedita, non  più carruggi e puttane, ma grattacieli, palazzoni e squallore post industriale. VOTO: 6 +

 

ZIMA: documentario sull’inverno siberiano.

Virtuoso e potente documentario “herzoghiano” ( voce over; la realtà viene intensificata e arricchita e, non solo, ripresa) sulla natura estrema della Siberia e sull’umanità, un po’ folle un po’ poetica, che vi abita. Alcune sequenze sono straordinarie ( l’inizio con la voce del nigeriano che parla dell’inferno di ghiaccio, mentre scorrono le immagini di navi e treni congelati; l’uccisione del maiale), altre rientrano negli standard del classico corto-documentario astrattone e, un pochino, presuntuoso. Ad ogni modo, meglio di molte altre cose viste quest’anno. VOTO: 7.5

THE CHICKEN: una famiglia regala una gallina alla figlia per cucinarla: la figlia però non vuole che venga uccisa. Quando il volatile uscirà per sbaglio di casa, si scoprirà in che posto e in che momento storico siamo.

Tutto la forza e la bellezza di questo cortometraggio risiede nel momento in cui, a sorpresa e lasciando a bocca aperta tutti, scopriamo di essere nel bel mezzo della guerra balcanica, a Sarajevo, nel 1993. La sequenza dell’ingresso violento della Storia e della guerra nella realtà privata della famiglia è davvero notevole e difficilmente dimenticabile: il resto è noia. VOTO 6

SALE: mockumentary su un paesino del Piemonte in pieno spopolamento: per caso, negli anni ’80, il governo aveva cercato di alzare il livello del mare sino all’altitudine del paese?

Interessante finto-documentario che dietro  all’atmosfera buffa e favolistica ( la storia dell’innalzamento del livello del mare è, chiaramente, finta) riesce a raccontare in modo toccante il dramma umano dello spopolamento delle comunità montane, ormai in via d’estinzione e rimaste “bloccate” fuori dal corso del tempo. Certi personaggi che intervengono ( il vecchio con la pipa) sono di un adorabile istrionismo. Per noi è un sì: VOTO: 7

 

 Dopo la maratona di cortometraggi, cui sopravviviamo non senza un paio di pisoli durante i Focus dedicati al Belgio, è il momento del concerto di Umberto Petrin, grande jazzista che per l’occasione ha musicato due celebri cortometraggi di Buster Keaton:The Goat e One WeekL’atmosfera si fa incantata e tutti, tranne noi Sbandati che continuiamo a duellare contro i colpi di sonno, sono ipnotizzati dall’interazione tra la musica di Petrin ( pezzi di Ornette Coleman, Theolonius Monk e Petrin stesso) e le gag slapstick del grande comico degli anni ’20. Con il mitico Victor Orozco, dopo il concerto, abbiamo modo di considerare, di fronte alla pasta di Basilio, che la il secondo episodio, The Goat, era forse meglio riuscito del primo, in quanto la musica era meno imposta alle immagini, diventando una vera e propria colonna sonora.

 

( Umberto Petrin in concerto)

Finita la pasta, già pregustiamo le coperte e l’agognato sonno, complimentandoci con noi stessi per essere riusciti a resistere senza svenire o coprirsi di ridicolo, ma il gruppo di registi ospiti di Concorto ci invita a continuare la serata: finiamo al Tuxedo, intrigante balera piacentina, fino alle 6 del mattino. Sbandati allo sbando.

Giornata decisamente impegnativa per Gli Sbandati a Concorto, in data giovedì 28 agosto. Innanzitutto per il Morbo di Bardinson che,  per 24 ore, ha limato i nervi di Creutz colpendolo con raffreddore, tosse e febbre; ma soprattutto per la pioggia di ospiti che si è abbattuta su Concorto in un solo giorno: nel giro di poche ore,  infatti, sono arrivati a Piacenza i giurati Dem e Umberto Petrin, i registi di Supervenus Frederic Doazan e Vandy Roc, il regista tedesco di KYRIE ELEISON, Volker SchlechtDiego Monfredini, regista di Malatedda,  Jannicke Stendal Hansen, la regista di Kontakt e Nicolò Galbiati, sceneggiatore di  A Passo d’Uomo. Insomma, un casino da cui uscirne totalmente frastornati.

Chi intervistare? Alla fine ci affidiamo alle affinità elettive e, siccome passiamo la maggior parte della serata a bere con i due giovani francesi che tanto assomigliano ad una coppia di dj’s french touch e siccome anche noi siamo un po’ dei dj quando capita, intervistiamo loro: il loro corto, Supervenus ( recensione sotto), è un animazione macabra e comica, dove un corpo di donna viene modificato attraverso plastiche e trapianti sino a portarlo al collasso.

( una parte dei registi ospiti: frederic e Vandy sono i primi due da sinistra)

Ciao frederic e Vandy, prima volta in Italia con il vostro corto?

Dunque: come registi, è la prima volta che veniamo da ospiti in Italia, anche se il nostro cortometraggio ha girato abbastanza autonomamente: è passato a Lago Film Festival, al Molise Film Festival e la settimana prossima sarà al Milano Film Festival. Ah, è stato anche al Giffoni Film Festival, dove abbiamo scoperto in ritardo di due settimane di aver vinto un premio. Lo abbiamo scoperto su Twitter, così, per caso. Loro non ci hanno fatto sapere nulla, boh!

Supervenus è stato selezionato in più di 60 festival nel mondo, ma è ancora introvabile su internet o in DVD, che distribuzione avete in mente per il film?

La nostra casa di distribuzione ha dei contatti con la tv francese e, quindi, ha in mano tutto lei: noi siamo ansiosissimi di metterlo on-line per farlo diventare virale. Questo tipo di prodotti, di questi tempi, hanno una circolazione enorme sul web. Ma purtroppo dovremo aspettare il 2015, o primi mesi del 2015, per poterlo lanciare. Per ora rimane sotto password nei Festival.

Veniamo al cortometraggio: come avete fatto a girarlo? Che programmi avete usato?

( Parla Frederic) Innanzitutto, io mi sono occupato dell’animazione, mentre Vandy Roc si è occupato del sonoro. Ho preso ispirazione da dei manuali di anatomia e poi ho usato semplicemente ritagli, poi editati con i programmi Photoshop e Adobe After Effects: tutto è preso dai manuali di anatomia; mentre l’unica cosa “reale” sono le mie mani, che intervengono a modificare il corpo della ragazza. Comunque,  nonostante l’uso di programmi diciamo base per il ritocco e l’animazione, è stato un lavoro molto lungo e duro. Ad ogni modo, è stato un lavoro praticamente a budget zero: ho speso 10 euro in totale, tutti spesi  per i guanti da chirurgo.

Passando al senso dell’opera, cosa volevate trasmettere con questo macabro divertissement sulla modificazione del corpo di una ragazza?

Volevamo condensare in uno schizzo breve come le mode e i gusti abbiano saccheggiato il corpo femminile negli ultimi anni: inconsapevolmente, le donne si sottopongono a queste torture fisiche, mutilandosi e bruciandosi, diventando dei pupazzi inconsapevoli del circo di fashion bloggers, sfilate, star system e della moda. Come dimostra il finale del corto, è un processo a cui le ragazze si sottopongono per cercare una specie di emancipazione o emersione, ma che le rende solo prigioniere e le porta alla distruzione fisica, oltre che cerebrale.

Chiudiamo con una domanda sui corti visti in questi giorni: cosa vi è piaciuto e cosa non vi è piaciuto?

Abbiamo trovato molto interessante Andorre: questa descrizione gelida, con bellissime musiche anni ’80, di un posto assolutamente surreale e separato dal mondo e dalla storia; ma anche Nation for Two, con un bellissimo stop motion. Ci siamo invece distratti un po’ troppo durante la proiezione di It’s Time for Supper, animazione giapponese; e questo non è un buon segno.

 

Lasciando gli Xavier de Rosnay e Gaspard Augè del cortometraggio alla loro serata, passiamo alle recensioni dei corti di ieri sera:

MALATEDDA: Sicilia. immagini, voce off e musica danzano insieme, raccontando la pazzia di una donna siciliana, Adele.

L’Italia resiste su livelli medio alti ( sarà l’effetto Renzi? Sarà la ripresa?) in questa edizione di Concorto: Malatedda, di Diego Monfredini, ospite ieri sera, è un riuscito “sonetto” in immagini, che colpisce soprattutto per i rischi che si prende ( una roba così ambiziosa, così esplicitamente poetica, poteva portare a raffiche di ridicolo involontario), riuscendo ad rimanere in piedi e a non fracassarsi per terra, a tratti incantando: quando comincia la musica, dopo una prima parte solo fatta di monologhi, per esempio, è un momento di bel cinema.  VOTO 7

AUTOFOCUS: documentario sul flusso di turisti che d’estate raggiungono la famosa Chiesa di Saint Nicholas in Croazia, e sulle foto che si scattano.

In anteprima italiana e pluri-premiato un po’ ovunque nel mondo, Autofocus è un lunga ( a tratti intrigante a tratti ripetitiva) indagine sulla pulsione a fotografare e/o fotografarsi dell’essere umano, tra l’altro nel pieno dell’era dei selfie. Il risultato è senza dubbio di alto livello: registicamente è folgorante e geniale, per come riesce, tra l’altro, nel miracolo di non annoiare mai in 28 minuti, mostrando solo turisti che si scattano fotografie; tuttavia, da un punto di vista “autoriale”, il regista sembra non aver un punto di vista chiaro su ciò che sta raccontando ( non giudica i turisti: e questo è interessante, ma poi non approda da nessuna parte), così che il corto, alla fine, si fa ricordare più per gli atteggiamenti e le buffe facce dei turisti che si fanno i selfie, più che per il messaggio che vuole veicolare. La riflessione su ciò che viene mostrato, a nostro parere, non si innesca mai. VOTO: 6/7

 

KYRIE ELEISON (Transforming Gods): animazione dedicata all’estetica dei miti greci, e all’influenza che essi hanno avuto sull’iconografia religiosa cristiana.

Il corto del regista Volker ospite a Concorto funziona un po’ come una tesi universitaria: potrebbe infatti chiamarsi tipo: “Appunti animati per una storia dell’iconografia classica e della sua influenza sulla religione cristiana” o altre robe così. Che dire? Visivamente un po’ un esercizio di stile; tematicamente un po’ un nerdismo da accademico polveroso, fuori dal mondo e intellettualoide, Kyrie Eleison si fa tuttavia apprezzare, in parte, proprio per il suo essere così naive e scollegata dalla contemporaneità. Più che un bel corto, un corto simpatico. Grande Volker, continua le tue ricerche. VOTO: 6

LA TESTA TRA LE NUVOLE:  animazione sul rapporto, decisamente difficile, tra un bambino e la scuola.

Macabro, grottesco, un po’ incubo un po’ quadro distorto alla Lucien Freud, l’animazione italiana proiettata ieri è, forse, quella visivamente più intrigante, di quelle viste sino aa oggi: le immagini del sangue che gocciola, insieme alla semi-mutilazione dell’orecchio, colpiscono e riescono a lasciare una minima traccia di se nella testa dello spettatore che va a casa dopo una serata a Concorto. Ma se parliamo del contenuto, ossia della descrizione della scuola come un’orchessa che castra la fantasia dei bimbi, c’è da mettersi le mani nei capelli: una tematica così importante e delicata non può essere affrontata in modo così grezzo e, francamente, povero. Rimandato a settembre: VOTO: 5.5

 

I’M NOT HERE NOW: la storia vera o presunta di Joe, un uomo morto nel 2013 che ha ripreso tutto ciò che ha fatto nella sua vita, senza inquadrarsi mai.

Interessantissimo cortometraggio che si apre e chiude citando il racconto di David Foster Wallace “Che Cos’è l’Acqua?”, riuscendo, con un ritmo clamoroso, a portare anche ad un pubblico disimpegnato e generalista le storiche riflessioni di Chris Marker sull’influenza che ha la telecamera su ciò che riprende, ma anche l’influenza che il nostro sguardo ha sul prossimo: alla fine, in realtà, non arriva al dunque e non si dà una risposta. ma che tsunami! Che freschezza! Che energia intellettuale! Promosso a pieni voti. VOTO: 7.5

KONTAKT: serie di episodi su persone, norvegesi, leggermente alienate e con bisogno di affetto e/o contatto con il prossimo.

Il corto della regista norvegese ospite a Concorto è una versione dolce, femminile e norvegese delle cartoline very nasty dalla Finlandia del giorno precedente: virtuosismi, riflessi, leggeri squarci violenti, visi morbidi e deviazioni pulp: grazioso, a tratti elegante per come gestisce i cambi di registro, ma forse un po’ senza baricentro, Kontakt  è il classico corto da vedere mentre si stanno facendo altre cose: mandi una mail, poi guardi uno sketch che fa sorridere, poi accendi il caffè, torni e ti gusti una scena poetica con musica dolce e avvolgente. Facendo i seri, tende ad essere ineffabile e sfuggente, girando intorno al cuore dello spettatore, senza toccarlo mai. VOTO: 6.5

  

DESERTED: due soldatesse israeliane che stanno per diventare ufficiali attraversano il deserto del Golan: una delle due, tuttavia, dimentica il fucile dietro un sasso. Terrorizzata all’idea di non essere promossa, inscenerà un piano che avrà conseguenze tragiche.

Corto israeliano solido e senza sbavature che si riallaccia a molta cinematografia recente del paese del buon Netanyahu, ossia lavori di sinistra sionista come Lebanon, Il Giardino dei Limoni e giù di lì, dove una micro-storia che porta al contatto tra il popolo israeliano e quello palestinese si fa metafora della situazione politica generale in Medio Oriente: in quest’ottica, Israele esce da Deserted come un paese che, per colpa delle proprie fobie e ansie interne, stermina i locali, innocenti e anche aperti al dialogo. Senza dubbio il corto più cinematografico in concorso ( se dilatato, potrebbe benissimo diventare un lungo), non sbaglia nulla, ma forse non osa neanche tanto. Un ottimo compitino. VOTO: 6.5

 

SUPERVENUS: animazione dedicata alle malsane modifiche del corpo che la società e il gusto moderno impongono alle ragazze.

Il corto dei due registi francesi che abbiamo intervistato è una chicca divertentissima, macabra e beffarda, che sa anche essere illuminante su certe follie della società occidentale. Genialoide e spassosissimo, è destinato a diventare virale sul web, finendo nella colonnina a destra di Repubblica.it. Ottimo anche da fare vedere agli amici sull’iphone durante una serata alcolica per fare il ganzo. VOTO 7.5 

a domani, per gli aggiornamenti sulla serata con Daniele Ciprì ( qui sotto appena arrivato) e il concerto di Umberto Petrin.

Ormai è epidemia del Morbo di Bardinson a Concorto: partito in sordina e sottovalutato dalla maggior parte dei membri dello staff, ora dilaga, colpendo indiscriminatamente tutti i collaboratori del festival, a prescindere dal grado di comando: risultano infatti colpiti dal morbo, o quantomeno sfiorati da esso, Simone, Bardoni, Paolo Ligutti, Claudia Praolini, Alessandro Zucconi, Virginia Carolfi e ,non ultimi, noi stessi Sbandati, che stamattina ci siamo svegliati a pezzi e con qualche linea di febbre. Per quanto ci riguarda, affronteremo il morbo come in genere affrontiamo qualsiasi problematica quotidiana da 25 anni, ossia con il ketoprofene sale di Lisina. Ma vediamo meglio i sintomi del morbo che ammorba il festival: durata media circa 1 giorno, raffreddore, alternanza di caldo e freddo, linee di febbre molto leggere e, in caso di concerto dei BRTNY, svenimento.

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( la soluzione al morbo di Bardinson)

Tornando ad aspetti più cinematograficamente pertinenti, ieri, giornata numero 5 di Concorto, oltre al ritorno dell’estate, con punte di 30 gradi e canicola nel parco, abbiamo assistito al ritorno del mitico Victor Orozco, regista l’anno scorso in concorso e quest’anno nelle vesti di giurato, e all’arrivo di due coppie di registi: Anders Djupajöbacka e Kim Vitanen, registi del corto finlandese Olika Lokal Sakra ( recensione sotto), e Frederic Doazan  e Vandy Roc, registi francesi di Supervenus ( animazione in programmazione oggi). Per quanto ci riguarda, i due francesi ci hanno entusiasmo per il loro stile molto French Touch che li porta ad assomigliare non poco ai Justice; i due finlandesi invece, di poche parole, invece ci hanno ricordato molto da vicino i Children of Bodom, mitica metal band dei primi anni 2000 ( grazie a Bunny Roberts per l’intuizione).

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( i Children of Bodom)

Ma veniamo alle recensioni dei corti visionati stasera.

 NATION FOR TWO: un uomo e una donna viaggiano appena sotto la terra, come delle talpe diciamo, fondendosi quasi con il suolo, per poi, dopo varie, fangose, peripezie, ritrovarsi.

Bizzarro e sbirillato cortometraggio in stop-motion, che spesso si avvicina alla video arte più concettuale e astratta ( Matthew Barney?), riuscendo tuttavia nell’obiettivo di rapire l’attenzione dello spettatore, il quale nonostante rimanga totalmente tagliato fuori, in un primo momento, dal “senso” di quanto sta vedendo, non riesce a far a meno di continuare a guardare lo schermo, ammaliato e straniato. Come metafora dell’amore che non ha barriere, fa un po’ ridere, come oggetto non identificato che ipnotizza, funziona molto meglio: si pensi alla scena dell’uomo che esce dal fango o della donna che viene calata con una gru sul mare. Da suggerire agli studenti di video arte a Brera. VOTO: 7

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IT’S TIME FOR SUPPER: animazione ambientata in una città, tra omini bianchi, palazzi storti e macchine tondeggianti. Qualcosa di angosciante muove i fili della “storia” .

Le animazioni, quest’anno, fanno cilecca. Già le precedenti 3 avevamo abbastanza lasciato indifferenti pubblico e critica, questa ( ad opera di un giapponese), poi, induce proprio a distrarsi: descrizione surreale e fredda della (non) vita dentro una grande città, non ha una trama degna di essere seguita, né una grafica necessariamente accattivante così da ottenere, in cambio, carta bianca per quanto riguarda trama e sceneggiatura. Sciapo e stitico, per gli Sbandati è il peggiore della serata.  VOTO: 5

ANDORRE: documentario sulla città-stato di Andorra, posizionata in cima ai Pirenei, a cavallo del confine tra Spagna e Francia.

Magnetico e robotico documentario sperimentale dedicato alla ricchissima e isolatissima cittadina di Andorra, che, grazie ad una regia fredda, quasi disumana ( qualcosa del Cronenberg di Crash?) viene descritta come un allucinante luogo separato dal mondo, una specie di grande città-boutique dove il lusso, lo sfarzo e l’alienazione hanno ormai trionfato su tutto, diventando quasi meccaniche e ripetitive. Sorta di città sulle nuvole di Star Wars Episodio II ma con più d’un lato oscuro, Andorra è un non luogo contemporaneo, contemporaneamente rifugio e prigione per i ricchissimi che vi nascono. Girato da paura, è il miglior corto della serata. VOTO: 8

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( Andorrismi)

   OLIKA LOKA SAKRÄ: cartoline grottesche e acide dalla Finlandia: qualcuno fa una rissa, qualcuno vive in un porcile, qualcuno si veste da babbo natale, qualcuno gira in mutande con un piccone, qualcuno spara agli animali per gioco..etc. etc.

Il corto dei due finlandesi di cui si diceva sopra è un mini-puzzle cattivissimo su differenti aspetti e tic dei finlandesi: a voler essere buonissimi, si potrebbe dire che è un “You The Living” di Roy Andersson girato da Kaurismaki, sulla Finlandia, in 10 minuti: ad essere più realistici, è l’ennesima dimostrazione della stramba e aliena sensibilità artistica degli scandinavi, che condiscono dramma, commedia nera e grottesco come nessun altro in Europa. VOTO: 7

UN ETE: l’estate di un’adolescente francese, tra pruriti sessuali per MILF altrui, un giro in bici e un calcio ad un pallone.

Questo cortometraggio è la versione sbiadita e politically correct del bellissimo video “dancing anymore” degli IS Tropical, indie-band francese: fotografia kitsch, quasi da casa delle bambole, ragazzino con ormoni a palla, sudore, giardini perfetti, interazione con i vicini. Il tutto con il fantasma del sesso che accompagna la storiella: ma manca la zampata provocatoria. Suggeriamo la visione del video di cui si diceva sopra. VOTO: 5.5

A CIAMBRA: Sud Italia. Tuffo nella vita fatta di furti, fughe, povertà, ma anche di grande affetto per il fratello, di un ragazzino rom.

I corti italiani, quest’anno, si rivelano una sorpresa: non sono brutti! A Ciambra è infatti un solido ( benché) istituzionale cortometraggio da festival: impegnato, con una regia elegante e secca e una innegabile capacità nel mettere, per la prima volta, lo spettatore italiano nei panni di un rom e di tifare per lui, nonostante il rom stia facendo esattamente quello per cui l’italiano standard lo odia. Le scene di affetto molto fisico tra fratelli, poi, sono di un grande e commovente realismo. VOTO: 7.5

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Tre gli avvenimenti cardinali che hanno caratterizzato il quarto giorno di Concorto Film Festival 2014: il ritorno al cinema OMI causa maltempo; l’arrivo della regista egiziana Dina Abd Elsalam ( in concorso con Rest in Peace); l’installazione/happening artistica dei BRTNY dedicata a Le Tempestaire di Jean Epstein.

First of all, il ritorno al cinema parrocchiale più retrò d’Italia: il CEO di Concorto Simone Bardoni, dopo due previsioni su due azzeccate nei giorni precedenti, perde i poteri divinatori probabilmente conferitigli dal Morbo di Bardinson e, così, stecca il vaticinio: ordina lo spostamento dentro l’OMI per scappare dalla pioggia, ma la pioggia non arriva. Ad ogni modo, tornare nel cinema di parrocchia è, alla fine, un piacere: piacevolmente decadente e cigolante, l’OMI sfiora il sublime proprio al suo ingresso, dove una Madonna di circa 2 metri accoglie gli ospiti a braccia aperte, in un trionfo di folcklore italico/democristiano.

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( Creutz sotto la madonna del cinema OMI)

Lasciando perdere questi discorsi scivolosi, passiamo al secondo evento della serata: l’arrivo della regista egizianaDina Abd Elsalam. Arrivata in giornata in Italia dopo una olimpica guerra burocratica tra ambasciata egiziana, U.E. e Claudia Praolini ( che ha visto quest’ultima trionfare a sorpresa, riuscendo a dimostrare che l’ospite non è una terrorista di Al Qaeda né una fanatica decapitatrice dell’ISIS), Dina ha raccontato di essere una docente di cinema dell’università di Alessandria d’Egitto, di aver lavorato per alcuni anni nella recentemente rinata biblioteca d’Alessandria e, infine, di avere in progetto un lungometraggio. Nei prossimi giorni la conosceremo meglio e vedremo di farci raccontare qualcosa di lei e del cinema che le piace di più.

 Ad ogni modo, dopo l’intervento di Dina, è il momento della trionfale parentesi dedicata a noi Sbandati, con il Chief Commander Bardoni che legge la biografia del nostro sito e il pubblico che (non) ride.  Soddisfazioni.

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( Cretuz con il CEO di Concorto)

Prima di passare al commento dello show dei BRTNY, passiamo in rassegna i cortometraggi andati in onda ieri sera:

REST IN PEACE:  il corto egiziano di Dina Abd Elsalam ruota intorno a due mature donne di Alessandria d’Egitto, che conversano amabilmente per tutto il cortometraggio.

Il film della nuova ospite di Concorto, pur essendo girato con mezzi diciamo umili ( ambientato tutto in interni; due sole attrici) e pur essendo sostanzialmente privo di una sceneggiatura/plot degna di questo nome, riesce, clamorosamente a bucare l’indifferenza che in genere questi prodotti da festival generano negli spettatori e a regalare momenti di puro realismo poetico. C’è Vita, infatti, Vita con la V maiuscola, nei dialoghi delle due bellissime protagoniste: proprio come accadeva ne La Vita di Adele di Kechiche, infatti, si potrebbe stare ore di fronte allo schermo a guardare le due donnone di Rest in Peace che conversano di uomini, che si fanno un tè, che si mangiano dei pistacchi e così via… molto interessante. VOTO: 7 +

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PRIDE: un vecchio generale dell’esercito bulgaro in pensione, scopre che il nipote che ha accudito per anni è omossessuale: i due si scontreranno in un durissimo faccia a faccia.

Brutale e luciferino corto bulgaro che, quest’inverno, ha vinto nientepopòdimeno che il Clermont Ferrand Festival. Davvero potente e magniloquente nel riuscire a riassumere in un’unica, lunga sequenza interna il dramma umano che viene portato dentro le famiglie dai mutamenti storici, politici e culturali, questo lungo ma mai stancante cortometraggio è, nei suoi primi ¾ ( il face to face tra nonno e nipote con saltuari interventi della nonna), un vero capolavoro, dove i visi degli attori, così veri e forti, assurgono a totali protagonisti, portando i segni dei dolori del tempo e della Storia della Bulgaria. Decisamente più superflua, invece, la coda finale, con l’arrivo della figlia del protagonista, dove la forza tragica della prima parte non viene neanche sfiorata.  Ad ogni modo, una delle cose migliori viste sino ad ora. VOTO: 7/8

TAU SERU: nelle ipnotiche e sublimi lande desertiche che si estendono sotto l’Himalaya, non succede nulla.

Ecco un perfetto esempio dei cortometraggi che andrebbero banditi da ogni festival:  immagini da cartolina, scenari in HD da National geographic, qualche essere umano che interagisce distrattamente con un animale random: e poi, dentro, il nulla! Il vuoto, nisma, nada. Ma un vuoto che non viene descritto o raccontato dal regista ( che magari, non so, vuole parlarci del vuoto della vita alle pendici dell’Himalaya). No, invece, il nulla punto e basta. Solo un paio di belle immagini del deserto da usare come immagine del desktop.  Nel finale, poi, quando il pastore prende un autobus che passa di lì per caso…..eh? cioè? ma dove va? Boh.  VOTO: 4

HASTA SANTIAGO:  coloratissima animazione che racconta la storia del pellegrinaggio di un tale che si chiama Mapo, diretto a Santiago di Compostela.

Come le altre due animazioni che abbiamo avuto modo di vedere sino ad ora quest’anno ( Planets, Astigmatismo) si lascia gustare con piacere, intrattenendo lo sguardo con le proprie buffe soluzioni grafiche e visive, ma non riesce mai ad andare in profondità,  ad usare la libertà totale che il disegno ( grafico o digitale che sia) porta con sé, superando le gabbie che la fiction con attori in carne ed ossa impone. Solo carino, nulla di più. VOTO: 6+

ON ALL FOURS: in una villa in una località tropicale, un pastore tedesco si aggira, abbaiando e scodinzolando.

Un corto di 7 minuti dedicato ad un cane che, in pratica, non fa nulla: detta così potrebbe sembrare l’ennesima scemenza astratta autoriale da festival ( e forse lo è). Ma noi Sbandati vogliamo crederci: con la camera che si muove in modo alieno, seguendo in modo sghembo i movimenti del quadrupede, tagliando fuori tutti i visi degli essere umani, On All Fours riesce nel compito di negare l’antropocentrismo del cinema, creando un scheggia minimale e straniante. Ok, insultateci pure. VOTO: 7

KOIT DESSUR LA NEIGE: un magazziniere vive la sua alienante vita: gira con il carrello, carica pacchi, scarica pacchi, mangia un panino, si masturba. Dopo 12 minuti, passa una macchina con dentro tre ragazze svitate; e il corto cambia.

Il corto shock di Concorto 2014 è, insindacabilmente, il nostro Sbandato d’Oro: a una prima parte tipicamente autoriale-festivaliera, dove la minimale ripetitività della vita di un proletario moderno si srotola meccanicamente per 10 minuti buoni„ seguono 5 minuti di trionfale non sense, tra rutti, urli, orgasmi, colori acidissimi, il parto di un pollo e, infine, l’’ingresso in una gigantesca vagina nel cielo (!!!). Un capolavoro provocatorio e senza senso, che, facendo seguire una sezione demenziale ad una seria ed “Impegnata”, riesce nel compito di ridicolizzare e parodiare a posteriori il borioso, noioso e istituzionale “corto da festival” ( vedi Petit Homme). E poi, in un periodo storico come questo, non ci si può permettere il lusso di prendersi sul serio. Big up. VOTO: 10

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( una scena del corto più bello dell’anno)

La serata si conclude, come vi avevamo annunciato,  con l’installazione dei BRTNY, che nella serra hanno “musicato” con suoni molto drone il leggendario cortometraggio Le Tempestaire di Jean Epstein, re del cinema d’avanguardia degli anni ’20. La serra è stata riempita di fumo, così che il film è stato proiettato sulle luci e sulle nubi sparate fuori dalle macchine, mentre in sottofondo dei suoni minacciosi tra Demdike Stare  e Tim Hecker creavano un’atmosfera da incubo urbano e metafisico. All’inizio forse un po’ respingente, a causa della voluta fumisteria delle immagini, con il tempo l’esibizione diventa abbastanza ipnotica e coinvolgente; talmente coinvolgente che, stringendo un’alleanza en passant con il Morbo di Bardinson, stende Virginia Carolfi, mente economica del festival e grande ballerina. Insomma, per i BRTNY meglio di così non poteva andare: alla prima uscita, fanno svenire una ragazza.      

 chiudiamo con una foto della loro oscura performance

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Dopo il day 2 di Concorto, caratterizzata dall’arrivo di Lidiya Liberman e dall’escursione a Grazzano Visconti, eccoci giunti a lunedì 25 agosto, giornata di fine per vacanze per i pochi italiani che ancora se le possono permettere e data n.3 di Concorto. Dopo la sfacchinata dentro la Neverland di Giuseppe Visconti di Modrone del giorno precedente, decidiamo di passare tutto il tempo in casa in attesa che la giornata si dispieghi da sola, senza scheggiarci mai: in serata è infatti previsto il djset degli Sbandati ed è necessaria una certa preparazione psicologica.

Giunti al Parco Raggio all’imbrunire, ad ogni modo, abbiamo il piacere di incontrare nuovamente Carlo Migotto, conosciuto nel 2013 sempre a Concorto e caro leader di Lago Film Festival, l’altra grande kermesse di cortometraggi in Italia. Purtroppo Carlo, come avrà modo di raccontare sul palco in un frizzante scontro di kung fu verbale con Francesco Barbieri, con ogni probabilità dovrà chiudere il suo festival, in quanto stritolato da tasse e burocrazia miope. Insomma, una di quelle notizie che ti fanno dannare per non aver votato Mario Monti nel 2013 e che fanno crescere il desiderio di chiedere alla Troika di invaderci facendo strage di burocrati italiani. Ma  chissà, magari ci pensa il Matthew Renzi, shish. Politica a parte, con Carlo abbiamo modo di  parlare anche dello Sgargabonzi, mitica web star e re del black humor contemporaneo, che Carlo ha avuto la buona idea di invitare all’ultima edizione del suo festival e far esibire: ci racconta, con nostro piacere e non poca sorpresa, che lo Sgarga funziona anche live, riuscendo a rendere efficace anche dal vivo, con un tono tra il nerd e il goffo e perdendosi tra mi mille fogliastri, il suo umorismo da blogger.  

( Carlo Migotto e Francesco Barbieri duellano sul palco)

In attesa del djset, vediamo i cortometraggi passati in concorso ieri sera:

THE WORLD: Londra. una ragazza che fa volantinaggio per sostenere i profughi siriani incontra uno slungagnone che le dice che è inutile aiutare i siriani perché il mondo finirà tra 10 minuti.

Il primo corto della serata, pur nella sua umiltà ( per non dire miseria) registica e scenografica ( siamo sui livelli di Meu Amigo Nietszche, o poco sopra), riesce a portare a casa la pagnotta con molto più onore di tante grosse produzioni:  grazie ad una coppia di attori perfetti ( lui ricorda molto il David Thewlis di “Naked”) e soprattutto ad una scrittura agile e pungente, il corto riesce a catapultarci in una situazione in cui potremmo finire ogni giorno ( l’ingenua ragazzina che vuole salvare il mondo), per poi prenderci per mano e arrivare a farci sperare, anche solo per un secondo, che il mondo finisca davvero. Nel finale si accende fiammella poetica. Un buon lavoro. VOTO: 7 +

ASTIGMATISMO: spettrale e surreale animazione dedicata, a sentire il titolo, all’astigmatismo.

Brevissima ma comunque intrigante, questa animazione che quasi da subito molla gli ormeggi che la tengono legata ad una qualche narrazione razionale e veleggia verso lidi bizzarri ed espressionisti ( così a caso, potrebbe essere descritto come una fusione di Mirò e lo street artist Blu) alla fine assolve al suo compito: ossia intrattenere gli occhi e far riposare il cervello. Niente di più, però. VOTO: 7

( una scena di Astigmatismo)

  LE JOUR A VAINCU LA NUIT: il corto più importante della serata non riusciamo a vederlo, in quanto impegnati ad allestire il djset; successivamente non riusciamo a recuperarlo in tempo a causa di un problema di password. Ci scusiamo. La recensione sarà recuperata domani. SHAME ON US.  

ALTE SCHULE: Germania. Un borseggiatore che assomiglia a Daniel Bruhl frega il portafoglio ad una tipa carina: decide dunque di riportarglielo, sperando in un qualche ritorno in natura.

Fotografato in un bianco e nero patinatissimo e lussuoso e con un plot scritto dal regista probabilmente su un tovagliolo di un ristorante, Alte Schule, più che un corto, sembra un spot della Rolex o di Dior. Ok l’eleganza, ok lo charme, ok l’atmosfera che potrebbe ricordare il berlinese “Oh Boy” di quest’inverno, ma un corto non può essere, tematicamente, così povero. E poi, insomma, e tutte le ragazze non proprio carine o non ritenute tali per questione di gusti personali del ladro che vengono borseggiate? Cosa dovrebbero dire? In nome di questa categoria »VOTO: 5

 

( la tipa carina che viene borseggiata in Alte Schule)

THE RINGER:  un 30enne che fa il fumettista incontra, dopo tanti anni, il proprio padre, appena uscito di galera: quest’ultimo, cercando di fare un piacere al figlio, gli proporrà un improbabile sceneggiatura per un corto animato.

Interessante, anche se non esattamente folgorante, cortometraggio che unisce scene con attori ad animazioni ( un po’ come Chi ha Incastrato Roger Rabbit o A Scanner Darkly di Linklater): con il passare dei minuti, emerge chiaramente che si tratta di un episodio autobiografico, con la parte “animata” ( che procede in parallelo a quella “reale”) che altro non è che la sceneggiatura proposta dal padre al figlio e da questi rifiutata: la dedica finale del regista, infine, conferma che quanto raccontato nel corto è davvero accaduto e che il progetto “The Ringer” è un omaggio del regista a proprio padre. Che dire? Nel complesso, il corto funziona, soprattutto nel tratteggiare in modo non banale il sofferente rapporto tra padre e figlio, ma spesso l’interazione con le animazioni è forzata e poco divertente. Insomma, se la cava, ma non vincerà un bel nulla. VOTO: 6.5

SPACER: due bambini polacchi camminano in un prato e chiacchierano amabilmente: lentamente, scopriamo che uno dei due è cieco.

Micro-documentario polacco di appena 6 minuti, ma che incanta dal primo all’ultimo fotogramma: i dialoghi tra i due bambini, che procedono confusi fino alla bellissima e cupa frase finale, sono di una delicatezza e di una forza rara. Commuove e tocca corde profonde. Un piccolo, piccolissimo erede de il  Paese del Silenzio e dell’Oscurità, documentario capolavoro di Werner Herzog sui sordo-ciechi. VOTO: 7.5

( i due bambini del corto più bello della serata, Spacer)

Finiti i cortometraggi, è il momento del atteso dj set degli Sbandati ( assistito da Santafabbrica e dalla loro bellissima installazione, Santafabbrica a cui vanno ancora i nostri ringraziamenti): purtroppo, un pochino a causa del improvviso freddo autunnale, un pochino a causa della concorrenza della pasta di Basilio e forse lo ammettiamo a causa di una selezione musicale che non ha toccato pezzi degli anni ’80 ( qua a Piacenza i gusti sono fermi ai Culture Club e Gioca Giuè, boh), il set di dj Creutz vede ballare solo i fantasmi: all’oscuro del pubblico che divorava trofie allo zafferano con zucchine e pancetta, infatti, si sono scatenati nella danze i fantasmi di Richard Attenborough e di Robin Williams, il molesto fantasma di Philip Seymour Hoffman, l’elegante fantasma della moglie di Mick Jagger, il fantasma di Lago Film Festival e, infine, ecco arrivare anche lo spettro di Francesco Barbieri, che comunica al dj che il suo set fa schifo. LOL

Vi lasciamo con una foto dello spettrale dj set Sbandato ( lo spettro di Creutz, sulla sinistra). A domani. 

La seconda giornata di Concorto per gli Sbandati si apre all’insegna di Lidiya Liberman, attrice emergente del cinema italiano, futura protagonista del misterioso prossimo film di Bellocchio e, soprattutto, giurata di quest’anno al festival.  Facciamo conoscenza di Lidyia mattina presto, in quanto la stanza dei bottoni di Concorto ha deciso di organizzare un’escursione con l’attrice presso Grazzano Visconti, un via di mezzo tra un borgo e un fortino situato nei dintorni di Piacenza che merita una breve descrizione: costruito da Sua Grazia il Marchese Don Patrizio Consignore Conte Crenna e Agnadello Giuseppe Visconti di Modrone nei primi del ‘900, è una copia fake di un villaggio basso mediavale, pensato specificamente dal nobile come trastullo per i propri figli ( tra i quali c’era anche il caro Luchino) e per sé. Tutto ciò è rimasto intonso e perfetto, diventando a quanto pare anche una discreta attrazione turistica: il risultato è un borghetto fintissimo con venature trash ( pipistrelli finti che volano), che somiglia non poco ai villaggi di cartapesta di Disneyland. Mentre passeggiamo, proviamo ad elaborare un pensiero profondo circa il fatto che, da un punto di vista storico-culturale-artistico, il posto sia un trionfo del cattivo gusto, ma che, ad  un secondo livello di lettura, ossia come testimonianza della ( eterna) decadente stupidità dei nobili italiani, Grazzano Visconti possa essere in qualche modo suggestivo, ma alla fine non ci riusciamo, e abbandoniamo il tentativo di pensare.

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( Grazzano Visconti trash)

Ad ogni modo, passeggiando in questo (non) locus amoenus abbiamo modo di conoscere meglio Lidyia e di scoprire un po’ di cose su di lei: nata in Ucraina nel 1986, si diploma in conservatorio e regia cinematografica a Kiev, per poi studiare recitazione teatrale a San Pietroburgo e poi recitazione al Centro Sperimentale di Roma; ha alle spalle una discreta esperienza teatrale nella città costruita dal mitico Pietro il grande, per poi vedere la sua carriera decollare girando, insieme a Marco Bellocchio, lo spettacolo teatrale Zio Vanja e, soprattutto, L’Ultimo Vampiro, il nuovo film del regista de I Pugni in Tasca e L’Ora di Religione: proprio di questo misterioso progetto ( riprese terminate poche settimane fa), in cui l’attrice cui sarà l’assoluta protagonista davanti a Filippo Timi, Roberto Herlitzka, Alba Rohrwacher e Ambra Angiolini, abbiamo modo di parlare con Lidiya: ci racconta che il film sarà diviso in tre episodi, due nel ‘600 e uno ai giorni nostri, e che in una scena lei finirà nelle gelide acque del Trebbia rischiando di affogare. Film di Bellocchio a parte, ci rivela di aver molto apprezzato Grand Budapest Hotel e in generale tutta la filmografia di quella sagoma di Wes Anderson, cosa che ci addolora non poco, ma contemporaneamente di aver la nostra stessa opinione circa i corti andati in onda la sera prima, e che, in particolare, ha molto apprezzato l’italiano 37°4S.

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( Lidyia Liberman, protagonista del futuro film di Bellocchio)

Il mattino in Grazzano Visconti scorre piacevole tra passeggiate e chiacchiere sino a quando non decidiamo di tornar ein hotel per pranzo. La giornata poi scorre placida fino ai corti serali, che andiamo ad analizzare ora:

REFLECTIONS: Regno Unito. A scuola, una cockney ragazzaccia aggredisce un ragazzo più tontolone, reo di averle dato della lesbica. Il di lui padre vorrebbe una sfida all’o.k. Corral per risolvere il contenzioso, ma le cose andranno diversamente.

Drammino sui post proletari inglesi, tra Ken Loach e quelle atmosfere grigie-albionensi tipo Tyrannosaur,  Magdalene e giù di lì, può vantare un discreto ritmo e una protagonista, la tamarra turbo-cockney con big bubble in bocca, che aiutano a rimanere con gli occhi sullo schermo senza distrarsi: tuttavia, il plot è deboluccio, la regista è indecisa sul registro da adottare ( commedia graffiante o dramma?) e l’attore che fa il ragazzo è, con quegli occhioni da cernia, semplicemente fuori parte.  Sufficienza per la bellezza dell’accento cockney. VOTO: 6

PETIT HOMME:  la storia di 2 apprendisti fantini, della vita massacrante cui si sottopongono e del loro rapporto, tra amicizia e velata attrazione fisica.

 Il corto più atteso della serata ( vincitore di Pardo d’argento a Locarno) si  rivela, alla fine, un po’ un fail: parliamoci chiaro, è un film solido, dalla confezione magistrale e controllata, con la camera che sta addosso ai corpi e ai visi dei due protagonisti, facendoci sentire la pressione sul loro corpo della folle vita che hanno scelto (?) ma anche la forte pulsione omoerotica che li spinge spesso a toccarsi e strusciarsi tra loro; ma qualcosa impedisce di innamorarsi dell’opera: Innanzitutto la totale sottomissione a quello che ormai è un genere cinematografico a tutti gli effetti, ossia “IL FILM DA FESTIVAL” ( minimalismi, realismi, no colonna sonora, secchezza e freddezza generale, Lo-Fi-ismi etc etc); in seconda battuta, una durata spropositata e, soprattutto, assolutamente non giustificata. Infine, perché quella scena della gara? Peraltro usando un filmato di repertorio? Non funzionale e solo fuzzy-intellettualoide, fa solo innervosire. Vabbè, Pardi ai porci. VOTO: 6.5

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( fantini in Petit Homme)

NOTES ON BLINDNESS: Documentario molto ma molto arty su John Hull, scrittore che nel 1983 divenne cieco e cominciò a tenere degli audio-diari.

Il vero corto-bomber della serata e, ci auguriamo, uno dei candidati alla vittoria finale: ai nastri di partenza un documentario, diventa poi qualcos’altro, una straziante poesia accompagnata da immagini quasi astratte, un concerto audio-visivo che spesso scheggia il sublime, facendo fondere immagini, sonoro e parole. Se non facesse venire voglia di spararsi davanti allo schermo, sarebbe da 10; ma siccome ci teniamo al nostro buon umore, va a sedersi sul podio temporaneo insieme a Butter Lamp e 37°4S. VOTO: 8

HOLD UP HEART: America. Un fesso e una tamarra cercano di rapinare un negozio, ma scoprono che la cassiera è una vecchia conoscenza.

Il primo yankee in concorso è una pulp tarantinata con qualcosina di Guy Ritchie che, dopo un inzio brillante con split screen e dialoghi abbastanza quasi forse cool, si perde, diventando un buzzurro sparatutto, con le battute che non vanno a segno e con più di un buco di sceneggiatura ( il rapporto tra i 4 fellas non è molto chiaro). Il peggiore, insieme superuomini brasiliani di ieri. VOTO: 5 

Sul finale di serata, arriva la notizia della morte di Richard Attenborough, regista di Gandhi, vecchio imprenditore in Jurassic Park, ma soprattutto marinario americano al fianco di Steve McQueen in “Quelli della San Pablo” ( il terzo da sinistra, con baffoni, nella foto qui sotto). 

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Dopo il jepgambardelliano party di inaugurazione, con musica, vino, tappeti e poteri forti, Concorto Film Festival è ufficialmente iniziato, ieri in data sabato 23 agosto, presso il verdissimo e sempre più Turneriano Parco Raggio e, manco a dirlo, è stato un discreto trionfo: lontani sono i giorni carichi di tensione del 2013, dove la serata inaugurale era stata fatta all’Omi, sotto secchiate di pioggia e sotto la madonna del cinema parrocchiale. Questa volta, invece, la prima del festival si è svolta all’aperto, sotto un cielo stellato e terso, con tanto di record di presenze e addirittura dj set dubstep (!!) in chiusura.

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( concorto sold out) 

 Tutto ciò, in realtà, non prima di un mattinata all’insegna del thriller metereologico in stile Take Shelter : appena svegli, infatti, più o meno intorno alle 9 del mattino e ancora in preda all’hangover dopo la festa in centro Piacenza, fuori dalla finestra assistiamo ad un violentissimo diluvio ( in odore di bomba d’acqua) che farebbe saltare sulla sedia più di un teorico delle scie chimiche.  Come diceva Nikolaj Ujanov in arte Lenin nel 1902, “Che Fare?”. Le previsioni vogliono che il nubifragio si esaurisca nel pomeriggio, permettendo dunque di rimanere al parco; tuttavia basta guardare fuori dalla finestra per farci venire voglia di andare con la coda tra le gambe all’Omi, se non addirittura di impiccarsi al lampadario. Che fare? Insomma, dilemma, come dicevano Nelly e Kelly Rowlands nel 2002.

Alla fine è il ceo di Concorto Simone Bardoni, in lenta ma costante ripresa dal morbo che da sempre lo affligge nei giorni del festival, a trovare il coraggio che serviva: con decisione unilaterale, infatti, annuncia, dalla stanza dei bottoni di casa Praolini, che, pioggia o non pioggia, si andrà a Parco Raggio. Bam. Virgilio aveva ragione nel sostenere che la fortuna aiuta gli audaci e così, partito l’ordine dal soviet supremo del festival, la macchina concorto si mette in moto: le stagiste vengono sguinzagliate e, con l’aiuto paziente di Santafabbrica, in quattro e quattro otto il parco viene adibito. Per il resto, con la pioggia che lascia il posto ad un sole fresco e rigenerante, la serata d’inaugurazione si srotola perfetta e senza increspature come un gomitolo di lana, con tutto che va assolutamente come doveva andare. Forse, addirittura, tutto va così bene che, a tratti, si è sperato che succedesse qualcosa di buffo o negativo, così per amor di imperfezione, ma nulla: neanche un leggero eco che disturba la presentazione dei corti di Alessandro Zucconi ( il  terzo membro del triumvirato che dirige Concorto)  e nemmeno l’istrionismo quasi grottesco che caratterizza Francesco Barbieri durante il djset dubstep riescono a rovinare una serata che, come unico difetto, ha avuto quello di essere troppo perfetta.

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( Barbieri bacia e abbraccia il fotografo Bersani, la cui mostra è esposta in serra)

Ma veniamo ai corti:

BUTTER LAMP:  serie di fotografie con camera fissa fatte da due fotografi cinesi a gruppi di nomadi tibetani, su sfondi fittizi. Il primo cortometraggio di Concorto è, a sorpresa, un piccolo capolavoro: un film che si fa  dipinto in movimento, una fusione tra cinema, fotografia e tableux vivents che ipnotizza e ammalia, con i bellissimi visi dei nomadi che rimangono impressi in testa come accade con le foto di Steve McCurry. L’immagine finale, con lento zoom in avanti, vale i 5 euro del ticket del festival. VOTO 8

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LA BOUT DU FIL:  attempatissima vecchietta francese, che probabilmente ha lavorato come attrice in passato, aspetta con ansia di ricevere una risposta da un provino per un film: non accadrà.  Allora la protagonista è bravissima e bellissima, una nonnina tutta incartapecorita tutta da abbracciare e consolare, che ancora si arrabbia e ruggisce sperando in un colpo di coda nella sua vita agli sgoccioli; ma, a parte lei, il corto non c’è o quasi: trito e ritrito wilderiano viale del tramonto, non incanta e non commuove. VOTO 6 - -

37° 4S:  la storia di Nick, ragazzino che vive in una sperdutissima isola in mezzo all’Atlantico ( Tristan de Cunha) con 270 anime, e della sua liason d’amore con Anne, anche lei dell’isola ma che sta per andare a Londra.  Insieme a Butter Lamp,  il miglior corto della serata e, udite udite, è ITALIANO (!!!!): elegante, toccante e visivamente davvero intrigante ( con il mare che fa sempre da minaccioso e cupo sfondo alla storia di Nick), 37°4S è l’esempio moderno del corto perfetto, dove immagini suggestive, una regia quasi videoclippara e una colonna sonora originale bellissima si fondono e si abbracciano diventando una cosa sola, raccontando una storia nuova, breve, che arricchisce e rimane. E poi ora sapremo dell’esistenza dell’isola Tristan de Cunha ( mica cazzi). VOTO 8

DES(PECHO)TRUCCION: corto venezuelano che, tra un’animazione e un alambiccata bric à brac tipo Gondry, racconta dei metodi usati da una ragazza per dimenticarsi del ragazzo che l’ha appena lasciata. il  Corto semi-sperimentale dal titolo più illeggibile del festival è più furbo che bello, alternando intuizioni notevoli ( soprattutto quando vira sul non sense) a sciocchezze da video cool su youtube ( vomito color arcobaleno, hipsterate varie ed eventuali). Alla fine si fa dimenticare, risultando, tra l’altro, assai timidino e involuto nel finale. VOTO 6+

PLANETS: surrealissimo e macabro viaggio in mezzo ai pianeti, tramite disegni  ed effetti speciali che creano un’atmosfera lunare e ipnotica.  Insomma insomma questa animazione cupa e contorta non convince: si lascia guardare eh, magari pensando ad altro, tipo alle mail e alla bolletta da pagare, ma poi sparisce dalla testa. Dopo uno spinello, potrebbe rendere di più: sarebbe infatti da proiettare durante qualche rave con sotto musica doom techno. VOTO 6

MEU AMIGO NIETZSCHE: un ninos de rua brasiliano e analfabeta  trova “Così Parlò Zarathustra” di Nietzsche in una discarica: comincerà a leggerlo e ad esserne plagiato, dando vita a buffi siparietti in famiglia e a scuola. Il corto che si vocifera essere candidato n.1 alla vittoria del premio del pubblico è, a nostro avviso, in realtà un po’ scemotto: girato tra l’altro con una pessima fotografia e con attori non esattamente da oscar, non ha un parere chiaro su quello che vuole raccontare, ma è solo interessato ( se non ossessionato da) all’idea di strizzare l’occhio al pubblico e risultare simpatico ad ogni costo. Gli sbandati votano no. VOTO: 5

JURAS NAUDA:  gorgogliante e pantagruelico documentario sulla pesca in Lettonia: finale danzerino.  A tratti poetico e brillante, questo Leviathan ( chi non sa cosa sia si copra il capo di cenere) in salsa Rohwacher si fa consumare come un bicchiere di prosecco, ma non sempre rapisce: certe cose, francamente, non sono esattamente degne di essere riprese ( tipo le sardine inscatolate in fabbrica, che ricordano quei servizi del tg in cui si parla di PIL o mercato del lavoro). Peccato! VOTO: 6.5

LES LEZARDS: due uomini in una sauna francese aspettano, forse vanamente, una ragazza conosciuta su internet. Godibilissima guasconata francese come solo i francesi sanno fare: dialoghi divaganti divertentissimi, recitazione di livello altissimo, fotografia in bianco e nero bellissima. Insomma un trionfo di -issimi-. E poi, quando compare la bella ragazza in topless che provoca i due protagonisti, un brivido erotico percorre concorto, ma forse tutta Piacenza. Forse troppo gigione per vincere, ma di sicuro un corto di livello notevole. VOTO: 7.5

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A domani, per le prossime schede. 

Domenica, giorno di festa e secondo appuntamento con le proiezioni di Concorto 2014, che questa sera a Parco Raggio prevede un programma molto ricco. Ben 12 i film che vi saranno presentati, divisi tra il palco principale (quello con lo schermo grande e con le sedie di plastica sul prato, con gli alberi intorno e le zanzare e il baracchino e dove c’è tanta tanta gente) e lo Spazio Serra (quello che sembra una serra perchè era una serra), all’interno del quale dalle 23.15 potrete gustarvi una serie di documentari sperimentali provenienti da tutto il mondo e che vi faranno respirare aria di vera arte. E poi vabbè, il FOCUS SUL BELGIO. Ma veniamo ai corti in gara che verranno proiettati dalle 21:

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(Petit Homme aka piccolo fantino ambiguo di Jean-Guillaume Sonnier)

Inghilterra protagonista della serata con due film molto diversi tra loro per tematiche e stile, ma che di certo non vi faranno urlare “buuuu” come invece vi invitiamo a fare SOPRATTUTTO PER UN CORTO (che per fortuna non è in scaletta questa sera): REFLECTIONS di Ashley Pegg guarda in maniera particolare al rapporto tra un padre ed il figlio, mettendo in risalto qualcosa di cui non siamo ancora ben sicuri. Atmosfera garrosa e parlata cockney che si spreca. Con NOTES ON BLINDNESS di Peter Middleton e James Spinney si cambia registro e si va su toni decisamente più malinconici, con il racconto di un uomo che lentamente perde la vista: immagini dal sapore un po’ indie che calzano a pennello col tema del film.

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(Hold up Heart di Justin Zsebe)

 Dagli States arriva invece il divertente HOLD UP HEART, commedia fuori dalle righe diretta ottimamente da Justin Zsebe. il quale deve amare molto Kevin Smith. Il cortometraggio più lungo della serata con i suoi 30 minuti è svizzero e si chiama PETIT HOMME (per voi che non sapete le lingue, significa “piccolo uomo”). Quello di Jean-Guillaume Sonnier è un film affascinante che colpisce soprattutto per la bravura del giovane protagonista e per il tema tutt’altro che banale: è la storia di un ragazzetto che frequenta una scuola per fantini tra sogni e tormenti interiori. “Narciso e Boccadoro” meets Torless meets Enrico Bellei.

 Altri due cortometraggi sono in programma questa sera fuori concorso e sono tutti italiani: CARGO di Carlo Sironi (già “ammirato” l’anno scorso a Concorto) e BEPPE E GISELLA di Andrea Canepari.

 Come sempre vi aspettiamo dalle 21 a Pontenure (PC) per un’altra serata di festa e cinema. Vi salutiamo con le belle immagini delle cadute dei fantini del palio di Siena. 

Si comincia. Dopo il frizzante party di ieri sera è giunta l’ora di lasciare spazio ai film, che in fondo dopo i sottoscritti sono i veri protagonisti di Concorto. E vi diciamo subito che sarà un grande inizio, stasera al Parco Raggio (dove? Pontenure. dove? Piacenza) la qualità dei corti sarà abbastanza alta e ci vedrà costretti a non poter insultare nemmeno un film (anche se ne abbiamo già messi un paio nel mirino, SOPRATTUTTO UNO). Vediamo dunque cosa ci propone la prima serata di Concorto Film Festival 2014: 

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(37°4S di Adriano Valerio)

Si parte col cinese LA LAMPE AU BEURRE DE YAK (Butter Lamp) di Hu Wei, produzione francese che fa riflettere e che affascina con le sue fotografie che diventano quadri viventi; sempre dal Paese di Fabien Barthez arriva LE BOUT DU FIL (End of the line) diFrançois Raffenaud, toccante ritratto di un’anziana attrice interpretata da una grande Jenny Bellay. Primo alfiere italiano in gara è Adriano Valerio che si presenta con 37°4S: malinconica storia d’amore tra due teens su un’isola (mozzafiato) sperduta in mezzo all’Atlantico, a due passi dal Polo Sud. Due sono invece i film di animazione in gara stasera: il venezuelano DES(PECHO)TRUCCION di Maria Ruiz che tra stop motion e tecniche sperimentali ci mostra come le giovani donne non siano capaci di accettare la fine di un rapporto (tzk..) e l’altro italiano della serata, lo splendido PLANETS di Igor Imhoff

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(Les Lezard di Vincent Mariette)

Si torna alla fiction con MEU AMIGO NIETZSCHE (My friend Nietzsche) di Fáuston da Silva che ci porta dritti in Brasile dove il classico bimbetto povero brasiliano approccia con lo Zarathustra dando il là a siparietti più o meno divertenti. Divertimento che per i vegani diventerà sconforto quando sullo schermo apparirà il film della lettone Astra Zoldnere: il suo JURAS NAUDA (Treasuries of the Sea) ci sorprende con le sue immagini di pesci (buoni) e ci fa venire molta molta fame. Gnam gnam. Si torna in Francia per il gran finale di serata che vedrà protagonista LES LEZARDS (The Lizards) di Vincent Mariette, una grottesca commedia in bianco e nero ambientata in una sauna, tra equivoci e lucertole. 

Per quanto riguarda lo spazio dedicato al FOCUS sul Belgio verrà proiettato INTUS di Gary Seghers, film del quale non sappiamo assolutamente niente. Per rimediare a questa mancanza per oggi vi lasciamo con l’inno nazionale belga, dandovi appuntamento a questa sera a Parco Raggio per la prima, imperdibile serata di Concorto 2014. Vamos. 

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Il quattordicesimo Concorto Film Festival parte con la marcia radical chic: per la serata d’inaugurazione, difatti, il festival di cortometraggi più cool d’Italia ha deciso di calzare lo smoking e organizzare un elegantissimo party in centro Piacenza, più precisamente nel palazzo Ghizzoni Navalli, villa nobiliare che porta lo stesso nome della via dove poche settimane fa furono pizzicati i due killer piacentini che hanno fatto a pezzi e imbustato il povero prof. di Lodi dando vita al caso di cronaca nera più intrigante dell’estate. Insomma, anche un tocco slasher noir per Concorto: Swag. Più cinematografico di così si muore. Omicidi a parte,  a dare la vera spruzzatina vintage chic alla location ci hanno pensato le installazioni che potremmo definire retro-demodè-gaga-wesanderson-pop di Santafabbrica, dj’s e fabbricatori di stile.

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( la location)

Ad ogni modo, la serata è proseguita sulle note swing fashion di Peggy Lee ( sempre di marca Santafabbrica), tra tarallucci, numerosi bicchieri di vino, olivette, cipollini, grissini, hipsters emiliani, membri delle istituzioni e gli immancabili poteri forti locali ( avvistato anche il sindaco di Piacenza, Herr Dosi). Il clima gaudente in stile festa di Jay Gatsby ha poi virato, sull’onda dello spleen contemporaneo, su atmosfere prima decisamente  emo hipster, incarnate dal menestrello itinerante An Harbor, e poi depressive entropiche tipiche del post rock anni ’90, sparate a tutto volume dai bravissimi Kubark.

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( An Harbor hipstereggia sul terrazzo) 

Nonostante la qualità impeccabile della musica, la combo hipster-post rock porta nell’aria un po’ di melancholia, ricordando ai presenti che non siamo nei ruggenti anni ’20 ma bensì al settimo anno di fila di crisi economica  e nell’epoca che sarà ricordata per gruppi come i The National: questa epifania joyciana non piace a noi sbandati, che preferivamo gongolare nella atmosfere swing jazz di Ella Fitzgerald, e dunque decidiamo di uscire momentaneamente dalla villa per qualche minuto. Qui facciamo un felice incontro con Simone Rovellini, vecchia conoscenza di Concorto 2013 (dove deliziò critica e pubblico con il suo “C’est la vie”), con il quale abbiamo modo di parlare del suo nuovo progetto “Lalla Bitch – Sexy Selfie”, di Slavoj Zizek, di tardo capitalismo e, infine, di scoprire che uno dei nostri video preferiti dell’inverno passato, ossia “Myss Keta – milano sushi e coca”, è frutto proprio della mente di Rovellini. Appreso ciò e concluso che Simone Rovellini è definitivamente uno dei più grandi manieristi trash contemporanei ( un po’ come Rosso e Pontormo del ‘500, però negli anni di Nickij Minaj) torniamo dentro la villa, dove, terminati i concerti, siamo di nuovo negli anni ’20, con Santafabbrica che delizia il pubblico con canzoni di Benny Goodman, con l’a.d. di Concorto Francesco Barbieri che titaneggia nei panni di Jay Gatsby e con l’altro Ceo del festival, Simone Bardoni, che lotta contro il misterioso virus che lo colpisce ogni anno ( non è ebola, tranquilli).

Insomma insomma, come serata inaugurale, non poteva andare meglio: ora è il turno dei cortometraggi, le cui proiezioni inizieranno stasera presso il Parco Raggio.

Vi lasciamo con un video di Simone Rovellini: “la Bulla di Bollate”, chicca geniale che frulla Tekken e la Giovii, dolce teppista che in febbraio 2014 prese a calci e sganassoni una sua coetanea, finendo nel tritacarne mediatico ( dolce teppista a cui va il nostro pensiero e un caldo abbraccio).    

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Oh my god, we’re back again! Questo per citare una delle più grandi canzoni della storia della musica. Ebbene sì, si rinnova la collaborazione tra Concorto Film FestivalGli Sbandati, che come l’anno scorso saranno presenti sul campo (dal 23 al 30 di agosto a Parco Raggio, Pontenure, PC che sta per Piacenza) per raccontarvi giorno per giorno, ora per ora, forse anche minuto per minuto tutto ciò che di bello avverrà all’interno della rassegna internazionale di cortometraggi ormai giunta alla tredicesima edizione. 

Ricco come sempre il programma del festival: partiamo subito con l’evento di punta, per il quale si stanno già mobilitando pulman da tutta Europa, ovvero il dj set targato Sbandati dalle sonorità particolarmente aristocratiche che si terrà nella serata di Lunedì 25 Agosto; molto meno importante ma comunque di rilievo è il party di inaugurazione del Festival, che avverrà Venerdì 22 Agosto a Piacenza presso Palazzo Ghizzoni Nasalli con concerti live e dj set del grande Gigi Proiettile. Ogni sera appuntamento fisso con la proiezione dei corti in gara e con l’ormai abituale FOCUS che quest’anno sarà dedicato a una delle nazioni più inutili ma forse proprio per questo più affascinanti d’Europa: il Belgio. Molti anche gli eventi extra, tra concerti, workshops, interviste e ospiti d’eccezione, tra i quali spicca senza dubbio l’eclettico Carlo Migotto di Lago Film Fest

Assolutamente di rilievo sono i componenti della giuria di quest’anno: si va dall’artista DEM al direttore del Centro nazionale del cortometraggio Jacopo Chessa, dalla bellissima e conturbante attrice Lidiya Liberman (che sarà presente nel prossimo film di Bellocchio) a Umberto Petrin, pianista jazz di fama internazionale. Sarà in giuria anche il nostro amico messicano Victor Orozco, che l’anno scorso strappò applausi con il suo cortometraggio Reality 2.0

Insomma, sarà una lunga settimana piena di appuntamenti da non perdere. Seguite Concorto Film Festival con noi, con i reportage e le interviste sul blog e con gli aggiornamenti live su facebook

Vi aspettiamo inoltre per la grandiosa sbronza di fine Festival Sabato 30 Agosto al Parco Raggio di Pontenure.Offriamo noi (bello vero). 

NON MANCATE! 

E’ bellissimo constatare come anche in piena estate i geni che popolano gli uffici marketing delle case di distribuzione italiane ci regalino indimenticabili perle da portare con noi per sempre. Ecco che l’esordio di Dan Beers, Premature,sbarca nelle nostre sale con l’emblematico titolo di “Io vengo ogni giorno”. Si, vengo sta a significare proprio quello. Shish! Titolo scellerato per una commedia fresca e divertente che con gli squallidi surrogati di American Pie ha poco a che fare, se non fosse per i giovani protagonisti, il tema del sesso messo in primo piano e una colorata ambientazione high school.

(got it? got it)

Rob è il teen medio americano che becca le botte a scuola dai bulli: faccia pulita, cuore d’oro, bei voti e, ovviamente, vergine. Il giorno del colloquio per l’ammissione a Georgetown la sfiga lo perseguita, se si esclude che riesce a strappare un appuntamento ad Angela, la figa bionda (nonchè notoriamente di facili costumi) della scuola. La troppa tensione giocherà un brutto scherzo a Rob che, come da titolo originale, appena viene sfiorato dalla tipa si viene catastroficamente nei pantaloni. E qui inizia tutto un altro film. Già, perchè quello che fino a questo punto è stata una banale e standard commedia ammeregana per giovani idioti ha un piccolo colpo di genio che terrà in piedi il film per tutta la sua durata: appena Rob raggiunge l’orgasmo torna immediatamente all’inizio della giornata, rivivendola come in un infinito loop. E così, passato il disorientamento iniziale, Rob inizierà a giocare e a sfruttare il reset che l’orgasmo da alla sua giornata per raddrizzare le cose che non vanno nella sua vita e per capire qualcosa di più su sè stesso. 

(hooray for boobies)

Faccio outing e ammetto che ho apprezzato questo film. Perchè? Non lo so, forse perchè il clima instabile di quest’estate mi ha totalmente rincoglionito o forse perchè c’è davvero qualcosa di divertente e riuscito in Premature. Basta prendere la buona e furba sceneggiatura, che rubacchiando l’idea a Groundhog Day (tanto i teen americani sanno un cazzo di chi è Harold Ramis) riesce a mantenere alto il ritmo, grazie anche a una serie di personaggi ben costruiti e a una serie di gag riuscite. E poi c’è da fare un applauso di fondo a Beers, perchè a chi sarebbe mai venuto in mente di fare un film su un ragazzo che può tornare indietro nel tempo masturbandosi? Ecco, a nessuno. E quindi non puoi che alzarti in piedi quando vedi il protagonista che mentre è inseguito da dei bulli che vogliono menarlo si apparta in un angolo e inizia a toccarsi. Ciò che è riuscito bene a Beers è il mix tra demenziale e temi tipici della commedia giovanile, con un protagonista che lentamente prende conoscenza di ciò che è davvero importante nella vita e bla bla bla. Stupido, leggero, furbo e fresh: Premature si porta a casa un’insperata sufficienza e decreta il suicidio dei miei ultimi neuroni funzionanti. In ogni caso potrete sempre usare il sottoscritto come capro espiatorio per giustificarvi di fronte ai vostri amici. 

VOTO: 6             (Steiner)

Terry Gilliam ci prova ancora. Dopo i noti progetti naufragati su Don Chisciotte e una serie di film che, negli anni zero, ne hanno accertato il declino, il vecchio disegnatore dei Monty Python ci prova ancora, girando un film Gilliamissimo, sia nei contenuti che nella forma, che si ricollega apertamente alla sua opera più riuscita e rappresentativa, ossia Brazil. Operazione rischiosa: in primis perché, essendo quello uno dei capolavori del cinema anni ’80, il confronto, chiamato in causa con forza, rischia di essere impietoso, soprattutto se si è in fase stagnante ( e Gilliam lo è); in secundis, cosa mai ci sarà da aggiungere, tematicamente parlando, a un film che è rimasto nella storia proprio perché intuì con 30 anni di anticipo la direzione orwelliana che il mondo stava prendendo? Il rischio di ripetersi era grosso. Presentato in concorso a Venezia l’anno scorso e uscito in Inghilterra a marzo, infatti, The Zero Theorem ha lasciato abbastanza indifferenti critica e opinionisti, che si sono limitati ad ignorarlo. In Italia, invece, lo vedremo nel 2015 con distribuzione Moviemax. Ma vediamo cosa ha combinato il vecchio Terry.

 

Come in Brazil, l’umanità vive in un futuro distopico, dove lo stato è stato soppiantato da una mega azienda chiamata Mancom, che controlla gli individui con telecamere e social network e continua a bombardarli di spot pubblicitari-propagandistici. Qohen Leth ( Waltz), programmatore decisamente alienato, schizzato e abbruttito, viene contattato dal boss dei boss della Mancom ( un Matt Damon platinato) per fare delle ricerche sul Teorema Zero, un algoritmo che dovrebbe spiegare il (non) senso della vita. Per facilitargli il lavoro, la aziendona procurerà a Qohen anche una ragazza ( Thierry, molto gnocca), che, tuttavia, a causa della persistenza dei sentimenti in fondo all’animo umano, si rivelerà più un intoppo che un aiuto.

 

Taac. I rischi che si paventavano sopra si sono materializzati. The Zero Theorem è infatti la stanca ripetizione, visivamente meno ispirata e tematicamente forse anche un po’ trombonesca, di quanto già detto con Brazil. Certo, se c’è una cosa di cui non si può accusate Gilliam, è di essere incoerente: il suo ultimo film suona quasi come una rivendicazione, ex post, di averci visto più lungo di tutti circa 30 anni fa. Secondo il regista-autore, infatti, dagli anni’ 80 in poi l’umanità si è progressivamente chiusa dentro una gabbia auto-costruita, fatta di schermi, telecamere, social network e costante interconnessione, vedendosi così prosciugata ogni interiorità e, per estensione, ogni libertà di pensiero e quindi, alla fine, la libertà assoluta stessa, destinandosi ad una condizione di Entropia costante ( sempre sul punto di collassare). Tutto ciò, più o meno già presente in Brazil, viene qui ribadito, con un tono più sciapo e disilluso ( leggi “vecchio”) e non di rado didattico ( Qohen, simbolo dell’umanità, parla in terza persona plurale come il mago Othelma, così che ogni sua frase suona come un verdetto o una sentenza sul genere umano tutto nel XXI secolo. Escamotage che, direi, aggiunge nuovo senso all’aggettivo “didascalico”).   Insomma, come j’accuse socialogico o fotografia dei tempi che corrono, The Zero Theorem, se paragonato a cose più recenti e, comunque, non perfette, come Her o Disconnect, fa la figura del vecchio trombone che fa il predicozzo ad un mondo che non capisce, senza diventare mai ( come faceva Brazil) una grottesca e beffarda epifania sull’oggi. Visivamente, poi, Gilliam gira purtroppo a vuoto: a parte la breve sequenza in esterno ( girata a Bucarest), dove tutta la vena acido-kitsch del regista viene fuori e colpisce ancora, The Zero Theorem è tristemente posticcio, tra effetti digitali imbarazzanti ( anche se non al livello spazzatura di Parnassus) e castronerie analogiche che fanno solo venire in mente le recenti cretinate di Gondry.

 Insomma insomma, Gilliam è bollito, purtroppo. C’era stato un momento, negli anni ’90, in cui, con film seppur imperfetti come La Leggenda del Re Pescatore e L’Esercito delle 12 Scimmie, il regista sembrava essere riuscito a far evolvere il suo stile, asciugando le baracconate Pyhtoniane e creando una interessante e personale forma di grottesco, ma è stato, a quanto pare, solo un momento. Qui siamo proprio in piena fase di stanco formalismo.

Gli Attori? Sembra che recitino solo per fare un favore a Gilliam, ossia, pensando ad altro.

VOTO: 5       ( CREUTZ)